Avevo un nome inventato
Da giovani
come quando squilla il campanello
a scuola all’ora ultima
che si conclude spostando le sedie
siamo liberi fracasso.
I loro nomi non ricordo
ma i volti nell’espressione
d’acqua e sapone
infiocchettati di nulla estraneo
ma di se stessi
snodarsi in stanze
imboccando mangiadischi
di chi resiste e simula
ciò che poi
è un grande coetaneo amore.
Avevo un nome inventato
dove abitavo come tanti altri
impressionabile
per poi cedere ad imitarlo
e infiltrarmi giusto nel tumulto.
Appartenenza quelle ore
rubate all’intervallo d’una vacanza
tra una cotta vera
e una di pizzo inamidato
in rosa e azzurro incanto
su due ruote e un raggio di sole
fino all’abbaiare di una cattedra
con occhiali doppio fondo.
D’altronde in bicicletta
dobbiamo contentarci
se metti il piede a terra
vien qualche forse e una scintilla
fuori dal gregge
e si sa che pedalando
si vola via rientrando rattrappiti
in agitazione all’ovile
a brucare cielo quieto
e patatine.
©
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