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Riflessioni 2 luglio 2017 · lettura 5 min · 1010 letture

Canto di Atene

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Angelo 2000 171 poesie pubblicate
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Nasce idealmente sul monte che sta al centro, sulla Sacra Roccia che ha visto la Storia, che vede ora enorme, infinito ai suoi piedi il mare bianco fatiscente. Marmo bianco del Partenone, marmo pentelico, marmo solenne, risplendi in te stesso e a te stesso tu basti a te stesso guardi per la perfezione o, se non altro, ai Propilei compagni e all'Eretteo ionico, che non perfezione ma in sé stessi e in te ribadiscon splendore. In voi stessi avete la vita marmi bianchi della Sacra Roccia sulla colata bianca che sovrastate, dominate che pur non curate, splendete sul colle che pare al di sopra del mondo. Da sotto il bianco mare, labirintico, vi osserva; voi voi stessi ammirate. Ma al vago turista, al fiero cittadino che di voi da vicino si voglian beare abbagliati dal vostro splendore, pur l'occhio anche in giù andrà a guardare, ed il canto di quel mare bianco che tu, Sacra Roccia, a ragione puoi sovrastare da qui può nascere, qui può iniziare. Nasce il canto di Atene, al turista affacciato che osserva, ma solo da sopra, ed un falco che vola sulla Sacra Roccia, lui meglio involerà il canto, ch'a lui è concesso subitaneo da questa spianata divina in giù cantare. Nasce il canto di Atene da lui che, per ora alto il mare bianco di case sorvola bianche e molteplici e tante e ammassate e infinite verso Maratona fermate dal mare blu, che pur tentano in tutti i modi di circondare. Nasce il canto di Atene dal falco e in Atene col falco s'invola giù dall'acropoli verso il labirinto di case che da bianche prima or non più, ora varie appaiono, ora diverse eppur simili e sempre infinite attorno, tutt'attorno la Roccia e ben oltre fatiscenti, si scende e lo sembrano, sudicie molte di lor si rivelano, non tutte, varie lo restano, ed una spianata ed un altro magnifico tempio sporadico, ed un campanile, nel mare non più tanto bianco, iniziano ad apparire. Scendi, falco, e supera le piante rade alle pendici della Roccia Sacra, più, falco, non ne vedrai di piante, ora che scendi alla colata decadente che tanto vicina mostra ormai piegate antenne e scendi scendi falco, involati al di sotto delle antenne, nell'ombra che immensa si apre davanti, tra quelle due moli che in grande scacchiera si ripetono ora e si apre, quell'ombra di vicolo, in mezzo ai palazzi vi voli. Si apre quell'ombra e si mostra Infinita e ondulata tra i casermoni sbilenca e su e giù continua, vicolo stretto, e palazzi ai lati, palazzi di fronte a coprirne la fine; macchine, in basso, macchine, macchine immondizia graffiti attraversi, falco, e graffiti e cassonetti e macchine e graffiti la gente in mezzo, a testa china, fitta anche lei ma non tanto quanto i graffiti. E osservi e voli e monotono t'è il susseguirsi, falco, degli ombrosi vichi, e non svetta ma anzi è coperta da moli grigiastre, pur resta una colonna. Nascosta il canto la deve trovare, nascosta la deve cantare e una chiesa di rotonda antica modestia ortodossa e un'altra, e un'altra, nascoste, costrette le scovi svoltando tra i vichi grigiastri su e giù per le stradine strette e i graffiti un'altra e poi un'altra colonna, un altro millenario silente inerme crocifisso, talvolta più gente, talvolta di meno a testa china avanzano nel mare grigio punteggiato di Storia ma avvicinati, falco, ancor più scenda il canto scenda fino ai loro visi felici! Sorride la gente, la gente ad Atene sorride tra i vichi e su e giù tra i graffiti nell'ombra, che un ombra non è, è scuro effetto. Il fumo che vien dal bollente rigoglio di vita, vita unica, vita ateniese che annaspa su e giù tra palazzi e graffiti e non chiede colonne ad abbellirla; le accoglie del tessuto di una città che cambia caotica fremente controversa ricca in piaghe ma che freme e mai, falco, ai tuoi piedi sarà statuaria, apporterà vita la caotica Atene. Fugge il canto, ti sfugge, falco, ove solo i piccioni e i passeri intrepidi osano, tra i vichi e le piazze si inebria ai graffiti, disvela meraviglie corre al ritmo dei meandri di Atene. Tu, sali, mio falco, che non ne fai parte sdegnoso, che forse non molto ti garba, creatura del cielo, il molteplice bello terreno. E lascia le strade, palazzi, colline t'appaiono or la cloaca bianca, ai tuoi piedi ora il mare che a piovra, tremendo, s'avanza. E il Marmo, il Marmo bianco della Sacra Roccia pur lui il mare sovrasta, pur lui, che a sè basta in splendore il mare lo domina e sdegna. Troppo diverso è il tuo canto, marmo bianco del Partenone da quello del mare di Atene. Ma se a lui volgessi, bel marmo, la tua attenzione vedrai una città che da te non è avulsa, ma ha perso sé stessa nelle brutte e splendide meraviglie terrene.
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