Io canto
Io canto
co la chitarra d’accompagnamento.
Ve guardo pe capivve un po’. Sortanto
vojo che state zitti; e sò contento.
C’è er sindaco e er dottore.
Tanti poeti so’ venuti qua,
drento ar salone, per un paro d’ore:
stanno boni a sentì, senza fiatà.
Che guardeno? Me guardeno le mano
e sentono co quanto sentimento
parlo d’Alina. Canto cor lamento
de ‘sta regazza: morta ner bidone
de la mondezza; in modo non umano.
Co la disperazzione.
Che penzano? Dipenne da l’amore
che sentono pe tutti li poracci,
crepati propio pe cercà li stracci.
Ho visto un lacrimone. Lui cià er core
ch’è rimasto legato insieme ar mio.
Tutti accorati, quanno che sonavo:
come si nun cantavo solo io.
So’ stati boni: m’hanno detto: “Bravo! ”
Ma er merito ce l’hanno puro loro:
senza volello m’hanno fatto er coro.
©
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L'autore
Alberto Canfora
Sono un romano che ha più anni di quanti ne possiate immaginare. Passo il tempo libero che ho dai 14 anni di professione "pensionato", giocando con un po' di Muse continuando a studiare, come ho fatto sempre. Ho iniziato a divertirmi, facendo bassorilievi di Roma Sparita, poi con gli acquerelli di paesaggi e scorci di
Commenti (1)
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Mario Bugli6 novembre 2007
Il tema, oltre che attuale è veramente straziante... la poesia è musicale come il testo di una bella canzone e arricchita dal dialetto... che penetrando nell'animo del lettore lo invita a profonde riflessioni!
