Dei malevoli stolti
Andrea Vivapenna
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Vidi i suoi occhi;
nel chiostro dell’anima mia,
il sussurro di Venere
mi sfiorò: verso cotanto fulgor,
quegli obliosi archi passai.
Bramoso, fulgido si fece innanzi
all’assiduo splendor,
ogni torbido pensier.
Tuttavia, chiara non è la ragion
che volle ambedue illusi,
e me medesmo stanco;
onde dico:
«Non v’è nel gesto ingannevole
di chi crede, di poter
esser voluto o di poter voler,
piacer vero e vivido
alcuno». Lontano,
inattingibile, giace e riluce
nel proprio avvenire.
La gran volontà
sol tanto, rea esser può, mirabilmente,
di sì fatta insolenza
estrana; giammai luogo avrebbe avuto
altrimenti; ma ahimè, non redarguir
la tua persona,
ben ch’essa abbia guardato
indarno. Abbandona
i cuori inetti ed empi,
ché di corbellerie son certo colmi,
e per contro, ancor ferma, è la virtù
ch’in fin lascia la luce
che là giù tace.
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