Eros, il maligno
Eros,
avrò la tua testa
su un piatto d’argento,
con le tue ali
ci farò un ventaglio,
brucerò le tue freccie
spezzerò il tuo arco
insultando in eterno
il tuo nome.
Quel che doni
è una maledizione,
un piatto amaro
dall’aspetto dolce,
una rosa
che nasconde le sue spine,
un oceano pieno di abissi.
Quando il telefono squilla,
non è detto che qualcuno risponda,
l’oasi,
che l’assetato punta nel deserto,
si rivela un’illusione,
e la terra promessa
una menzogna.
Eros,
perché mi hai colpito?
Perché mi hai ferito ancora?
Lasciami solo e togli la tua freccia
con dolore,
ricucirò il mio cuore
e raccogliendo i cocci
della mia giovinezza,
incatenerò il mio desiderio,
dentro una stanza buia,
cosicché,
la luce accecante del suo sorriso,
non mi potrà più raggiungere.
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