Poeta perché
Parole ribollono e borbottano
crepitano saltellanti sillabe
nella mente lettere in continuo
una vita passata ad ordinarle
Cercar nessi ed esotiche sonore
i rari versi, che liberazione
cadono lente lacrime assordanti
espiar poesia è fine pena mai
Il mondo sulla punta della lingua
è una cella dal retrogusto acre
sentir parlare così come viene
sentirne il morso in queste catene
Amar parole d’amore geloso che
non avranno gratitudine alcuna
T’ho dato gli anni, i pensieri migliori
nessuno davvero capisce me e te
Ma non rimpiango neppure un accento
anzi il loro sibilare mi culla
Una nenia che sorride al poeta
chi passa guarda e non capisce cos’è
Ma non si sceglie né ci si diploma
nessuno sa da dove ti invoca e perché
solo capita, e anche ai migliori,
come un giro di mano sfortunata
o cadere in una buca per strada
attendere un esito di giornata,
solo succede... hanno chiamato te
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Commenti (1)
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Antonio Terracciano30 giugno 2018
Chi ha scritto questo testo, piuttosto sofferto direi, sa bene che cosa è la (vera) poesia, il prodotto di un’attività che, quando la si pratica, occupa, colonizza per tanto tempo il cervello del poeta, il quale si mette a lottare con le parole e talvolta perfino con gli accenti... Ma la soddisfazione, alla fine, è enorme, perché a pochi è concesso il privilegio di essere chiamati dalla poesia, simile a una bellissima donna indipendente, che è inutile corteggiare, perché è lei a scegliere i suoi amanti.