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Natura 2 agosto 2018 · lettura 4 min · 709 letture

Dal Fuji a Posillipo: vedute di mare

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Angelo 2000 171 poesie pubblicate
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E se non esistessero montagne continueresti forse all’infinito? Immenso agglomerato, langue l’orizzonte a vedersi posseduto dal case basse e grattacieli e quando a fianco a Yokohama le montagne si stagliano improvvise e venerando il Fuji posa silenzioso toglie forse a te un po’ di magnificenza formicaio di umana potenza organizzata, e torna l’orizzonte naturale a dominare come sempre a Oriente verso il mare. Parrebbe che i colori radunatisi t’abbian dato la lor benedizione capitale dei contrasti, formatasi sul crogiolo catalano di culture sul gotico tetro impiantando il sole nostrano, e boulevard tra le stradine. Come trovasti una sintesi, sole, tra Dalì e il più freddo gotico scultore? Parrebbe, da sopra, nel colore. Non uno solo, tutti insieme a formare le bizzarre architetture e la ridente colata di cemento che dal Montjuic si puo’ ammirare fondersi nel colore del nostrano mare. Bianco, bianco sporco, bianco imperfetto verde a macchie (piccole) sulle alture che ti costellano, e sul Licabetto oasi di pace nel tumulto impuro di bianco, pur omogeneo, l’Imetto e i monti fanno sì che all’infinito non si spanda, ma tu gli dai l’assalto già le pendici più basse hai aggredito e coperto, colata di cemento del primo popolo più progredito un tempo, ora l’Acropoli contempla quanto dell’Attica ha fagocitato la città-mostro, pur a guardare il Partenone svettante sul Saronico golfo, ancor vien da esclamare: "Questa città è benedetta da Atena dimentica d’ogni sua e altrui pena nell’azzurro del mare!" Ancora in te c’è meraviglia, capitale del lusso svanito e dell’ostentazione della ricchezza, ancor monumentale lo sei, oltre ogni immaginazione. Ancora la Giralda contempla quei giardini sontuosi e reali, non più arabi, ma non sembra agli occhi di chi stia a guardarli. Ancora da folli appare la cattedrale nella sua mole eccessiva, viva ancora appare la città che svanire ha visto la sua importanza, viva la bellezza che si è acquistata: bellezza spagnola, americana, africana, cristiana e musulmana, bellezza, grandezza mai intaccata dalla rovina temporale che ti ha travolto, sontuosa regina. Grande il Guadalquivir guarda al mare. Urbe gloriosa, sonnacchiosa al tramonto dietro le colline, dietro il cupolone dietro i tetti rossi e le rovine, sotto il sole rosso sei docile ammantata d’augusta decadenza, costellata di cupole, non scontato il conto delle tue meraviglie ora che calda, innocua e eterna, nel verde che ti circonda sembri sprofondare ora che tinti d’un solo colore paiono il Pantheon e il grande Quirinale ora che tu, dominatrice immortale, sembri stretta tra monti e colline, or che le guglie sono docili e il Tevere abbraccia la sua formicolante ansa modesta e monumentale. È ora, Urbe, che fai anche sognare e l’orizzonte ti dischiude il mare. Vollero il Vesuvio gli dei per coronarti, stracciona principessa a cui profusero tutta la bellezza del paesaggio, dei monti Flegrei, delle isole del golfo perfetto della collina di Sant’Elmo, tu ti stendi indolente e beatificata, non ti prendi mai cura di dove, per divino effetto, sei stata collocata, ma offendi il tuo aspetto, ti stracci la veste. Pur sei troppo bella, stracciata risulti ancor più rifulgente. Compatta e caotica, tagliata da uno stradone urlante vitalità. Sirena di chiese e cupole, ammantata di traboccante, viva, urbanità. Distesa di casupole soffocante per traboccante ostentazione di bellezze dalle colline aperte alle brezze riacquisti il tuo lato ammaliante, abitato rigoglioso, che quando si alza lo sguardo per ammirare il Vesuvio, è anche unico al mondo, Città divina, il tuo formicolare abbraccia il mare.
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Tokyo, Atene, Barcellona, Siviglia, Roma, Napoli: probabilmente le sei viste di città dall’alto che più mi hanno colpito. Non so se abbiano davvero un filo conduttore tra loro, io ho cercato comunque di trovarlo.

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Angelo 2000
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