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Riflessioni 26 ottobre 2020 · lettura 2 min · 1045 letture

Pleistocene dei poeti

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Livio Bottani 6 poesie pubblicate
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Hanno vissuto in epoche oscure, l’era sterminatrice dei poeti, tempi di draghi e tagliagole, mondi di ghiacci disumani che strozzarono loro il respiro. Non potevano essere poveri aedi: il fiato era inservibile e scricchiolava, nuvola d’aria e vento rappresi, impotente a scalfire il muro di quella violenza siderale. Bisognava farsi mostri per resistere, e non opporre solo ossa sfiancate, membra disarticolate di fantocci. Ma se si possiedono deboli corpi, povere parole soffocate, l’impresa diviene improponibile, sovrumana tra gli aguzzini. Che il fiato non possa venir sottratto può essere consolazione temporanea, ma è cosa che non dura nell’eone inaudito di barbare glaciazioni pleistoceniche. Gli sgozzalupi Ci sono versi scritti col sangue, come da sgozzalupi slavi, e teneri versicoli leggeri come piume. Là c’è la smorfia del digrigno, l’urlo di muso deformato che vuole agguantare le sue prede sotto una luna deflagrata. Qui invece ci siamo noi, trepidi epigoni di parole usurate, di mondi sfiancati dall’insensato. Loro hanno visto l’inferno della realtà e vogliono abbracciarlo col fuoco delle loro carni e ossa spezzate, delle loro utopie di libertà dal narcisismo che ha seccato l’aria, dalle ferite infette d’un’apocalisse. Vogliono guarirne andando a fondo, osservando la caduta degli ideali con i loro occhi sbarrati dall’orrore, guardando i crolli intorno e le macerie, tolti tutti i veli della verità. Se i soli neri oscurano le escatologie, loro evocano la fine delle eclissi, delle notti irreparabili del mondo dei barbari che se ne appropriarono, esoterici e mistici assassini, bramosi di rovesciarlo in nuovo inizio. I cantalupi non lo sapevano, avendo in mente altre mitologie, ma anche loro salmodiarono l’abisso in cui sprofondano tutti gli dei. E
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