Erbacce
Più che il bordo cielo del fiordaliso, che sbircia incredulo nonostante sian pietrose le strade,
è la tensione corallina delle erbacce quella che mi avvita ancor più alla crepa dell’argine.
Sul fiume coperto di macerie
irriducibilmente dolci, gli steli lanceolati spingono vitali.
Nati, non nati senza la pietà delle lunazioni,
caparbi, ogni mattina,
dalla piega innalzano lucide saette
affermando umili, un diritto vitale. Sempre negato.
Il fiordaliso sporge gli occhioni mentre l’erbaglia malinconica resiste.
S’attorcia, riprende, s’insinua, svetta s’incrocchia poi
piega
e si inchina. Sopporta il peso.
Ed è implacabile sofferenza terrena, gramigna eccessiva
tanto da stordire. Il piede che maciulla.
Ed è accanita partecipazione allo zampillo
da dolore a dolore che devasta.
Respira innamorato e verde, tanto verde da farla piangere,
la mia volontà di finire per lasciargli lo spazio di rinascere.
©
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