Il cuore troppo vicino alle mani
Alma Gjini
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Ho lasciato i piatti sporchi nel lavello
e ho pregato il buio e Dio
come si prega un amante che non telefona.
Avevo qualcosa di morto
sotto il letto della mente
e una poesia che sapeva di fumo,
di bucato dimenticato a marcire sotto la pioggia.
Mi dicono che sono matta
perché ho il cuore troppo vicino alle mani,
tanto vicino che mi pulsa nelle dita,
perché amo fino a consumarmi le ginocchia
sui mattoni affilati dell’attesa.
Tu vieni a cercarmi
con il passo preciso
di chi conosce la cucitura del dolore,
le mani vuote
e il sale già pronto sulla lingua.
Attraversi la stanza
con la pioggia ancora calda stretta nei vestiti,
mi scompigli il sangue con dita di febbre
e lasci entrare la primavera
proprio dove il corpo si incrina.
Io non ho difese.
Sono una casa scoperchiata
dal vento della città,
carne rimasta viva sotto le unghie,
una ferita esposta
che ha smesso di temere i denti.
Mi dici che la pelle
è soltanto un confine da attraversare,
che le ferite sono varchi
da cui perfino la luce
entra sbagliando.
Allora mi sfilo le spine di dosso,
mi pettino il caos davanti allo specchio
e aspetto che la tua ombra
diventi il mio calco contro la parete.
Non avere pietà
di ciò che in me si apre.
Lasciami questa fame
che mi rovescia la pelle.
Insegnami ancora
come si muore per un’ora.
Se mi tocchi, brucio;
se mi guardi, annego.
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