Leggenda d'Alhambra
Fangosa ed erta è la via,
conduce alle aspre Alpujarras
verso l'esilio oltremare.
Boabdil il califfo
dal bianco cavallo
sosta, sull'altura spoglia,
s'arresta e la mira,
magnifica Elvira.
Eccola, stretta tra le braccia
cullata
dalle sierras maestose
abbaglianti, candide cime
di bianco ammantate.
Dai colli Albaicìn e d'Alhambra
dal fiume Darro scavati,
sulla verde vega
dolcemente adagiata,
Granada ”la bella” è caduta.
Piangono, i nazariti d'Iberia,
all'Atlante degli avi
il mesto ritorno.
Mudejar
è la gente che resta,
non vuole partire
straziante è il dolore
la natia terra lasciare.
Tramontato, el Andalus
da' romanzieri e poeti
cantato,
fiabesco regno
nella Betica terra.
Isabella, di Castiglia regina
da lungi la brama
la splendida Elvira,
al popolo annuncia
”ganada es Granada” Granada è presa.
Mute,
son ora le strade
del bianco Albaicìn
di case nel limbo,
di porte sprangate.
Sospira e piange Boabdil il califfo,
mai più udirà dolce concerto
limpido canto di zampillanti fontane
d'acque segrete e domate,
incantato giardino al Generalife.
Lassù, sul colle svettante,
dominante la vega
che il fiume Genil taglia e disseta,
Qal'at al-Hamra, fortezza rossa
ultimo invitto bastione
d'orgoglio andaluso
silente saluta
il Nazarito signore.
Boabdil il califfo
per l'ultima volta, la guarda
ha donato Granada senza colpo ferire
dalle cristiane bombarde
lui l'ha salvata.
”Addio, magica Elvira
di rara bellezza vestita,
Il mio cuore di sangue grondante,
ti saluta
amante perduta. ”
Sulla via da Granada a Motril
ancor oggi chiamato,
maestoso e solitario
sperone roccioso,
”El suspiro del Moro”
©
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L'autore
Phersu
La modestia non è mia amica, perché essa non contempla l'orgoglio. Nella mia umiltà, sono orgoglioso di ciò che sono e di ciò che scrivo. La mia terra sono le montagne emiliane, dove i Celti costruirono i loro calendari di pietra ed adorarono i sacri boschi. Le tribù dei Liguri furono mie antenate, vissero in pace per
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