Genova 14 novembre, una giornata di sciopero sociale di un cane sciolto
Eccomi qua, in questa piazza dove sventolano bandiere rosse passeggianti.
La gente attende il via e ammazza il tempo chiacchierando, ridendo, sistemando striscioni che ne attestano l’ identità.
Quanto a me, vago a caso per poi sedermi su una panchina e sfogliare il giornale.
Vago, non ho specifici striscioni dietro ai quali sistemarmi se non tutti.
Vago come un cane sciolto e penso a Sandro e a quel lontano giorno in cui non molto distante da qui ci trovammo in tanti così come non ne ho più visti.
Rendevamo omaggio a Guido Rossa.
Rendevamo omaggio a Lui, al suo coraggio e a quella via che ci aveva indicato, combattere per la democrazia, che sembrava proprio lì, a un passo, forse solo un po’ più in là.
Allora ero solo un ragazzo che si era issato su un palo di un lampione per non perdere neppure un fotogramma della nostra storia.
Fu così che Sandro mi vide invitandomi a sistemarmi dietro al nostro striscione, uno dei più gloriosi e al tempo stesso capì, forse da un mio ulteriore movimento verso l’ alto.
“ Ho capito, sei un cane sciolto”.
Già, proprio così caro Sandro, lo ero e lo sono rimasto, proprio come adesso, in questo corteo che deve partire e attende impaziente.
E finalmente si parte a incontrare gli altri cortei.
Seminiamo per le strade di Genova bandiere rosse passeggianti, chiacchiere, risa, rabbia, striscioni che attestano identità prossime allo smarrimento, fogli di giornale, Guido Rossa, coraggio, paure, ragazzi issati sui lampioni, l’ eco di Sandro, cani sciolti, fino alla nostra meta, Piazza Caricamento, piazza protesa come un molo verso il mare, piazza d’ attracco di civiltà e culture, di scambi e d’ incontri, perpetua vocazione di una città di frontiera… Già!
Continuo a muovermi come solo un cane sciolto sa fare. Di volti conosciuti neppure l’ ombra, Sandro non c’è più, per tanti altri non è più cosa, finché vedo un vecchio eskimo che riconosco, poco più su la sua meravigliosa faccia, la faccia di un fratello, quella di L.
Ci abbracciamo e forse vorremmo piangere, ma ridiamo.
Sto abbracciando un “ uomo d’ altri tempi”, uno nato con l’ eskimo indosso.
I ricordi del passato, le cose del presente, i figli, cosa fai, come va, ci vediamo, sì, certo… una forte stretta di mano.
Ecco, tutto è finito, ci si avvia disordinatamente alle proprie case, uffici, fabbriche, osterie.
Penso a L. e a quel ragazzo abbarbicato sul palo.
Quante lotte, quanti cortei, quante manifestazioni fatte, quante speranze dissolte…
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