Il punto più freddo della città (giorno 5)
... Salutai mia madre e scesi le scale, già sentivo il freddo pungente che arrivava dalla spia, naturalmente, spifferando. Ero ben coperto con il grosso fazzoletto arabo ed il colbacco di pelliccia. Aprii il portone e mi si gelarono anche " li zocche de liva" (tipiche polpettine di oliva ripiena di carne lessata, all’ascolana), così chiamavo, in modo familiare, quelli che nella lingua italiana risiedono lì... in quel preciso posto. Avrei fatto meglio ad indossare, i ridicoli mutandoni di lana, sotto i jeans. Si era fatto tardi per arrivare in orario a scuola, ripensando ai mutandoni ridicoli decisi di affrontare il freddo pungente di quella mattina di metà dicembre, così come ero vestito, quindi mi incamminai. Il vento schiaffeggiava e gelava le parti scoperte del viso ed i soli jeans non riparavano dal freddo. A cinquanta metri da casa mia c’era la cartolibreria e rivendita di giornali . Un grande miracolo fu, arrivare lì e ficcarmi dentro per riscaldarmi un po‘. Il negozio era gestito da un omone baffuto, panciuto e rosso di bandiera, un vero comunista dalla testa ai piedi. Lo chiamavo zio Trotsky (pronunciando il nome trozzi) visto che lui aveva il cognome che terminava per ...ozzi avevo inventato la filastrocca che recitava così: - Ozzi, ozzi carissimo zio trozzi sento puzza di cristianozzi, quanti ne hai mangiato e fatto a pezzi? . Logicamente non gli piaceva tanto questo motivetto e mi rispondeva sempre in questo modo: - a da revenì baffò (prima o poi deve ritornare baffone, Stalin). Presi tutti gli spiccioli dalla tasca e cominciai a contare: - cento, centocinquanta, duecentoquarantacinque e trecento ... presi la rivista di Linus e me la misi nella tasca della giacca progettando che l’avrei sfogliata durante la ricreazione e nell’ora di religione, non me ne voglia da lassù il buon anima di padre Gino, grande prete ma anche grosso, tanto grosso che non entrava tra la cattedra e la seggiola perché noi, dispettosi ragazzi birbanti, spostavamo la cattedra di quel tanto che lui, con il pancione, la spostasse, con un colpo ben assestato, che faceva stridere i piedi della cattedra. Qualche volta la spinta si rivelava troppo energica fino al punto che la scrivania cadeva giù dalla pedana rimanendo sbilenca e tutto questo fracasso ci faceva sbellicare dalle risate. Io provavo tanta benevolenza nei confronti di Don Gino perché rideva anche lui di gusto. Ogni settimana alla Sua ora Benedetta, si assisteva sempre a quel piccolo e innocente coup de théâtre...
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