Alta Velocità
Ritardi, pendolari incazzati, studenti preoccupati, altoparlanti gracchianti e panchine basculanti. Questi treni non arrivano mai in orario.
Attese snervanti, sigarette accese, nasi negli smartphone, culi gelati, gambe stanche, spalle piegate.
La pioggia batte su bulloni arrugginiti tintinnando come campanelle all’ora di ricreazione.
C è chi passeggia su e giù manco fosse in attesa del primo figlio, chi sbuffa come una caffettiera e chi si perde nelle lontananze dei binari.
Tutti ammassati come pecore in attesa del carro bestiame.
Ho macinato diversi chilometri, fra corsi d’aggiornamento, seminari e convegni, ma nonostante sia una veterana in fatto di rapporti sociali, non mi sono mai abituata del tutto a condividere il mio spazio vitale con altre persone, soprattuto se estranee.
Qualcosa mi creava distutbo, una sorta di disagio non focalizzato.
Colpa mia sicuramente, mi sentivo illusoriamente sempre gli occhi addosso.
Avevo problemi di autostima al limite della paranoia.
Dovevo distrarmi, cercare un punto di evasione, calmare le mie nevrosi.
Feci qualche passo più avanti per distanziarmi da quel gruppo e togliermi quella sensazione di giudizio.
Colonne scritte, cartacce, fazzoletti, chewing gum infilati nelle scanalature naturali del marmo... civiltà in progresso.
Il respiro stava tornando normale ed il polso aveva smesso di correre, almeno per il momento.
Presi lo specchietto del trucco per guardarmi le pupille, nel riflesso di una luce a neon intermittente, vidi una sagoma appoggiata alla colonna.
Mi prese un mezzo infarto, strinsi la borsa e mi voltai di scatto.
Era sempre stato li oppure mi aveva pedinata?
Anfibi e mimetica, un cappellino con stelle e strisce, occhiali e barba lunga, molto alto.
Sicuramente una risorsa della cara fottuta sinistra, serrai la mascella ed assunsi una posizione di difesa.
Il cuore aveva ripreso a correre.
Lo fissai, volevo capire le sue intenzioni. Avrei urlato e qualcuno sarebbe venuto in mio soccorso.
Mi guardò, ma non disse nulla. Tirò fuori le mani di tasca, come per farmele vedere.
Mantenne il gazing senza difficoltà.
Era a suo agio e non mostrava cedimenti emotivi, spalle sciolte, respiro normale, un ottimo autocontrollo.
Io invece, avevo la gola secca, mi tremavano le ginocchia e prossima ad una crisi isterica.
Mi stavo coprendo di ridicolo senza motivo e quel che peggio, stavo creando demoni e diavoli.
Non sapevo che cazzo fare per uscire da quella situazione di stallo.
Venni riportata alla realtà quando lo spostamento d’aria del Freccia Rossa mi sorpese alle spalle.
Chinai la testa, arresa e cominciai a piangere.
Poi una voce... serena, calma, pacata. Un tono basso, etero, quasi alieno.
" Ecco, si asciughi le lacrime, buon viaggio ".
Una mano mi porse un kleenex, la guardai, ma non mi uscì parola.
Bastava un grazie, un gesto, ma il mio cervello era knock out.
Lo vidi salire in carrozza... per un attimo, avrei voluto seguirlo, conoscere il suo nome, capire chi fosse, scusarmi, ma non era il mio treno.
Il Matteo nasce a Pisa nel lontano 1977. Prende il soprannome di Bio ( oltre ad altri cento) per la sua passione di fotografare l'acqua in tutte le sue forme. "Biyo" in Somalo vuol dire acqua. Dopo lo corresse in Bio. Scrive racconti, poesie, storielle e parodie. Si dedica al fai da te, chiaramente alla fotogra
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