Ti voglio ancora
Avviluppati nel silenzio
delle coltri
stanno,
umidi corpi,
ed il respiro
è affanno.
Sibilavano lambiti
dalla luna,
ora riposano,
senza miseria
alcuna.
Lacera pelle,
tatto,
spasmi velenosi,
tra viscidi
sentieri,
e della morte
il palpito,
tra i capelli
neri.
Era. S'abbatte
scure,
il condannato
freme;
fulmine,
nell'antro,
preme.
E nelle vene
ribolle
l'anima
stremata;
contorta lama
oltre la selva
lacerata.
©
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L'autore
Giuseppe Nacchia
Sono nato ad Arcore il 29 settembre 1936. Ho cominciato suonando il piano sulle navi. A sei anni la mia prima visita alla Salerno-Reggio Calabria. A dodici anni ho aderito al Movimento Fascista. A quindici anni ho sviluppato interesse per il punk-rock e per lo ska-punk. A sedici anni i miei primi contatti con la poe
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