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Introspezione 5 aprile 2015 · lettura 1 min · 980 letture

Il poeta e se stesso

G
Giuseppe Nacchia 23 poesie pubblicate
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Riordina istantanee della memoria, diapositive che scorrono sul soffitto sopra un letto immaginario, questa malattia, che affoga nel quotidiano divenire di una dialettica senza obiettivi, né orizzonti, dove la realtà fa a cazzotti con la coerenza e la coerenza si frantuma nella realtà. Impregna un mondo solitario di cavalli bianchi e di asini che volano, dove le storie finiscono così, come vorresti, con un sorriso a volte dolce, a volte amaro, a volte con un senso di sale. Prova a raschiare il male, strappandolo a morsi dal fondo di un barile, per cullarlo, poi, in braccio, come un figliolo di pece. Fuori ha un mondo che va avanti, invece, nella sua assurda necessità. Quello di un bambino che è padre di un uomo. Quello di un bambino intrappolato nel bianco e nero di una vecchia fotografia. Quello di un bambino che il sabato prende a calci un pallone, di fronte al cortile dell'università.
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La prima parte analizza l'io poetico in se stesso, la "malattia" che spinge il poeta a "riordinare" le sensazioni che quotidianamente è costretto a soffocare per esigenze di vita. La seconda parte analizza l'oggettivazione della "malattia" nella realtà, dove situazioni dominate da una necessità semplice divengono "assurde" se viste attraverso l'occhio della "malattia" poetica stessa. Spero che la nota sia utile a chiarire, ci tenevo ad affrontare il tema in questi termini anche a rischio di non essere compreso.

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L'autore
Giuseppe Nacchia

Sono nato ad Arcore il 29 settembre 1936. Ho cominciato suonando il piano sulle navi. A sei anni la mia prima visita alla Salerno-Reggio Calabria. A dodici anni ho aderito al Movimento Fascista. A quindici anni ho sviluppato interesse per il punk-rock e per lo ska-punk. A sedici anni i miei primi contatti con la poe

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