Pantomime di piazza
Vedo in giro maschere veneziane
e abiti carnevaleschi,
vedo che si cerca di piacere ad ogni costo
e non riesco a capire chi ho difronte;
li vedo muoversi nella confusione
come in sparpagliata processione
fra sorrisi finti e convenevoli
nella falsa luce di un sole
che illumina volti di ceramica.
Li sento parlare in modo affabile
e non so se ciò che dicono è vero
se lo credono sul serio
o se smessi i panni formali
con cui fanno luccicar le piazze,
vorrebbero d'impulso pugnalarmi
o pugnalarsi alla schiena fra di loro
o morire suicidi in un vicolo oscuro...
non chiedo di sapere
quali storie di scheletri o dolori
o cristalli di anime in frantumi
possano celare negli antri profondi
e inaccessibili del cuore,
non è questo il punto, questo è affare loro,
solo che... hanno troppo pelo sulla lingua
le verità ne risentono
a vantaggio delle repressioni, delle bugie
e tutte quelle messe in scena
mi fanno sentire come un ubriaco
che si perde per le strade
senza avere intorno l'ombra di un amico.
Fiuto la paura delle persone
di rivelare ciò che sono
il terrore che hanno di esser giudicati
il timore guardandosi allo specchio
di ritrovare in un riflesso sporco
un tratto di personalità mai piaciuto.
È più facile indossare
i colori sgargianti dell'arcobaleno
e far credere che tutto vada bene,
fingere di non essere
quello che di sé si è sempre odiato,
fingere di essere chi non si è mai stati.
Avvolti dalle luci artificiali
dei lampioni e delle insegne al neon,
mantelli e maschere
fluttuano nell'aria come fantasmi
e le parole sono copioni imparati a memoria
che si ripetono nel tempo.
©
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L'autore
Giuseppe Morelli
Scrivere mi aiuta a mettere in chiaro me stesso, a risanare gli equilibri; è la dimensione congeniale in cui piace perdermi... per ritrovarmi.
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