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Sociale 22 dicembre 2010 · lettura 4 min · 1689 letture

Il lavoro non rende la fatica

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Pan23 88 poesie pubblicate
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"La morte è il vero lavoro della vita." Alphonse Louis Constant Loro, esile corteccia sui caduchi Ramoscelli che pendono superflui Nella penombra fradicia e discreta, Residui periferici in esilio Dall'alveo rigoglioso della verde Pianta, un rimedio stavano cercando Di distillare dalla lunga e immensa Radice che le viscere percorre Del formicaio globale, escrementizia Aspirina dal fondo del cadente Salice, per lenire delle proprie Ossa – entro l'intervallo tra la fuga Di Ieri e l'inseguimento di Domani Stagliate come torri di cartaceo Metallo – la latente dissolvenza E il freddo scricchiolio. Loro, ombre, cime Di ciminiere a pieno regime, ombre Su splendenti fuliggini, solo ombre, Ombre di diligenti ragionieri, Alti, sulla precaria evanescenza Delle più alte propaggini sospesi, Volevano discendere giù in basso Per formare tra il tronco e la radice Un ponte che del Salice – reclino Sul cranio tetro delle Folle Estinte A mo' di crine vegetale – il succo Carpisse e il suo segreto officinale. Così Loro, sorretti dal sudore Di ampie fronti, alti, dopo aver a lungo Di monete e bandiere computato La luccicante progressione, in fila Composti, ruminando in mezzo ai denti I grani compiacenti di lustrale Melagrana, sputavano sull'ara Che la prosperità del limo accoglie E la compagnia grata del globale Formicaio: come scala di armonie Burocratiche il loro muco scese, Planando sulle note da un solerte Organo accatastate, e intorno a vaste Pareti s'insediò, vischioso omaggio, Nella camera ardente preparata Per la prole di Stakhanov perduta. Sempre nel Grande Scherzo c'è chi sale E chi scende, ma inerte la materia Soppesa e rende vano dalla culla Al loculo ogni sforzo: rifuggivo Io inerme Loro e i loro pii precetti La mano nascondendo in più profondi Ricetti, mentre un vomere pendente Da tergo la incalzava; e le strutture Loro, incombenti, sopra il suolo a strati S'incrostavano, immemori del fatto Che il lavoro non rende la fatica. Sotto il mio ricettacolo ove sangue Di rettile letargico languiva Nel pingue mio ventricolo, più in basso L'occhio giù nell'androne di Babele Rotolava e, sospeso, dalla tromba Ardita delle scale risonanti Alla plumbea catabasi assistevo Dei rigidi colletti inamidati, Sul biancheggiare ritmico che l'eco Dell'ovatta nevrotica dei clacson Annega; e scivolare sopra il muco Cristallino vedevo, verso il punto Omega pietra d'angolo del grande Anfiteatro, una fila monocorde – La fila dei contabili distinti Ordinata e impettita, che nel solco Senza pieghe si andava ad allineare, In quel solco livido scavato Da un giogo inesorabile foriero Di voluttà gementi, dissoluto Suggello che dei muscoli la polpa Consuma e del cervello la materia Infiamma con entropico profitto. Così, fuori dall'orbita dell'occhio, Si proiettavano le ombre laboriose, Scintille volteggianti nel clamore Che informa i penetrali di Mammona. E, da fuori, l'intonsa mano espulsa L'autonomia dell'opera cercava, Irridendo con nobile distacco Il Grande Scherzo delle ombre padrone E schermo. Loro, sopra di me e accanto A me, invano cercavano strutture Nuove per una casa di feconde Fondamenta su un solido terreno, Invano affastellavano puntelli Sul fusto dei contorti miei precetti, Ma il lavoro non rende la fatica. Altri giorni funestano i miei giorni, Altre strutture incrostano strutture Lungo il solco che infossa sulla danza Di veloci ore il nerbo, edificando Lindi palazzi, esempio di marmorea Solidità per chiocciole a cui un passo Feroce la scia estrema e vespertina E la viscida impronta, verso il vuoto, Ne incalza industre. Adesso di soppiatto Io, sospeso sul baratro, tra prismi E bolle di sapone che dai mondi Meschini di costoro la deboscia Della prole di Caino e il suo fragore Con giochini separano, e con luci D'oro, la mano lascio – e le sue forze – Cadere nell'inerzia, verso il luogo Ove le fondamenta per intero Sono scosse, ogni Tavola è spezzata: Il lavoro non rende la fatica.
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L'autore
Pan23

Credo nella forza e nel valore dell'Individuo, unico nella sua autodeterminazione. Io sono Colui che è. Un Individuo, non una categoria. Sono Legge e Stato di Me Stesso.

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