La penna di Ernest
Due fogli fitti, di traverso scritti
e inchiostro perso dalla stilografica d'osso.
Ernest ha il respiro di chi pensa lontano,
oltre il vetro confuso di gocce impazzite,
oltre il gonfiore irritato del tuono.
E' bella l'Avana anche sotto la pioggia
di questo ottobre di vecchie chimere,
mentre la rivoluzione nata da poco
pesta i piedi testarda lungo il Malecòn allagato
e la luce bassa quasi sfiora l'oceano agitato.
Ernest alza un brindisi alla jinetera che passa correndo.
Lascia impronte di blu sul bicchiere ormai vuoto
e gli occhi dentro al ritorno di un sogno italiano,
che sa di guerra, di sete e d'amore pagato.
Fernanda è giovane, ma ha già capito.
Lo guarda smarrirsi e non gli interrompe la strada,
a volte lo aspetta, a volte lo chiama,
ma c'è sempre un ricordo di troppo tra loro
fermo, quel tempo che basta al dolore.
L'Avana è una favola zoppa, un sogno precipitato dal cielo.
Ernest ascolta le bombe dei tuoni,
quelle sospese sul mare,
quelle che gli camminano ogni notte negli occhi,
quelle che in Spagna cadono ancora le schegge.
Ernest ascolta i tuoni crollare e quella sua gamba che poco risponde.
Fernanda gli ruba la penna e scrive qualcosa.
Scrive la data di un giuramento segreto,
che non potrà mai tradire nemmeno volendo.
Fernanda, ora, ha macchie blu sulle dita
e si sente la sola al centro del mondo,
mentre la luce risale
e disegna profili di nubi a forma di barche.
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L'autore
Floriano Fila
Il Nicaragua è terra di laghi, vulcani e poeti. Impossibile non sentire il bisogno di scrivere.
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