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Amore 27 maggio 2011 · lettura 2 min · 3432 letture

Vecchio il sileno intona

Luigi Di Matteo 12 poesie pubblicate
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Vecchio il sileno intona, nell'ora mattutina, quel suo dolente canto, presso un ruscello, accovacciato all'ombra delle frondose familiari selve. In mezzo alle baccanti addormentate, lascivi i corpi adagiati sul limo, gli danza intorno la menade insonne riverberando a mente, del timpano percosso nella trascorsa notte, le cadenze e sulla bocca trasognata e stanca, con voce assorta e fioca, il verdeggiante tirso ormai dismesso, quasi lamento da un'epoca lontana, evoè, evoè s'ode appena. L'incavo della coscia rimirando della baccante, il tendine contratto ritmicamente al residuo entusiasmo, del suo morire eterno, pieno di desiderio egli vegliardo, dolente il canto intona: " Se questo canto il mio ventre rigonfio, molle, grottesco scuote ed un beffardo ghigno sardonico il mio volto ghinda, ricordati di me, non farti scherno. Il suo ventre rigonfio quel canto scuote, evoè, evoè, non schernire. Sebbene flaccide, le vecchie braccia, prime strinsero al petto il dio fanciullo e la mia smorfia, dal suo volto lieto, terribile il sorriso impresse al mondo. Strinsero il dio fanciullo vecchie le braccia, evoè, evoè, dal suo volto. Del giovane dio barbaro il corteo veemente, il crotalo agitando, incalzo e del tamburo frigio la membrana allo straniero battito sussulta. Del barbaro il corteo crotalo incalza, evoè, evoè, dio straniero. Ma nel mistero all'apice, il dio ebbro, latte di capra alla mia stessa coppa suol bere. Allora un fremito profondo scalda di donne ed uomini la carne. Latte di capra bere suole il dio ebbro evoè, evoè, sua la carne. Pertanto se la mia coda asinina ed il tardivo amore di un vegliardo movessero il tuo riso, abbi timore, che della terra il fuoco è quest'amore. La sua coda asinina muove la terra, evoè, evoè, fuoco, amore. Ricorda questi versi, tieni a mente, ripetili ai frondosi antri, alle genti. Non appartengo al tempo dei mortali, non mi lasciare al mio morire eterno. Ripeti questi versi bella danzante evoè, evoè, tra i mortali.
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Il "poeta" che scrive questi versi è una costruzione razionale ed intellettuale prodotta dal soggetto scrivente.
Costruzione strutturata a fronte della frequentazione della letteratura classica e consapevole di quel senso di perdita, relativamente al mito ed alla cultualità del linguaggio lirico, insito nella nozione stessa di "modernità".
Il tema del "vecchio Sileno", ricorsivo ed ossessivo nella massa dei miei scartafacci, contiene in germe questo assunto, e si articola sulla sospensione della dimensione mitica, ormai incastonata, svilita e defunzionalizzata, tra le maglie della performante e sovrabbondante stratificazione culturale dell'attuale situazione storica.
La scelta di una versificazione di tipo classicistico, o meglio neoclassico, vuole evidenziare la forzatura in termini di finzione, allegorica o semplicemente ludica, che caratterizzerebbe il componimento, soprattutto nel raffronto al suo contesto di appartenenza e di produzione linguistica.
Ripropongo, dunque, un lavoro cui tengo molto e che, alla sua prima pubblicazione su questo sito, non ottenne l'attenzione che io, forse per sopravvalutazione autoreferenziale, mi sarei aspettato.
Un ringraziamento ed .16 novembre 2011
L'autore
Luigi Di Matteo
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