Vecchio il sileno intona
Luigi Di Matteo
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Vecchio il sileno intona,
nell'ora mattutina,
quel suo dolente canto,
presso un ruscello,
accovacciato all'ombra
delle frondose familiari selve.
In mezzo alle baccanti addormentate,
lascivi i corpi adagiati sul limo,
gli danza intorno la menade insonne
riverberando a mente,
del timpano percosso
nella trascorsa notte, le cadenze
e sulla bocca trasognata e stanca,
con voce assorta e fioca,
il verdeggiante tirso ormai dismesso,
quasi lamento
da un'epoca lontana,
evoè, evoè s'ode appena.
L'incavo della coscia rimirando
della baccante, il tendine contratto
ritmicamente al residuo entusiasmo,
del suo morire eterno,
pieno di desiderio egli vegliardo,
dolente il canto intona:
" Se questo canto il mio ventre rigonfio,
molle, grottesco scuote ed un beffardo
ghigno sardonico il mio volto ghinda,
ricordati di me, non farti scherno.
Il suo ventre rigonfio
quel canto scuote,
evoè, evoè, non schernire.
Sebbene flaccide, le vecchie braccia,
prime strinsero al petto il dio fanciullo
e la mia smorfia, dal suo volto lieto,
terribile il sorriso impresse al mondo.
Strinsero il dio fanciullo
vecchie le braccia,
evoè, evoè, dal suo volto.
Del giovane dio barbaro il corteo
veemente, il crotalo agitando, incalzo
e del tamburo frigio la membrana
allo straniero battito sussulta.
Del barbaro il corteo
crotalo incalza,
evoè, evoè, dio straniero.
Ma nel mistero all'apice, il dio ebbro,
latte di capra alla mia stessa coppa
suol bere. Allora un fremito profondo
scalda di donne ed uomini la carne.
Latte di capra bere
suole il dio ebbro
evoè, evoè, sua la carne.
Pertanto se la mia coda asinina
ed il tardivo amore di un vegliardo
movessero il tuo riso, abbi timore,
che della terra il fuoco è quest'amore.
La sua coda asinina
muove la terra,
evoè, evoè, fuoco, amore.
Ricorda questi versi, tieni a mente,
ripetili ai frondosi antri, alle genti.
Non appartengo al tempo dei mortali,
non mi lasciare al mio morire eterno.
Ripeti questi versi
bella danzante
evoè, evoè, tra i mortali.
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Luigi Di Matteo
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