Per chi rimane
Io affermo che dopo tutto
morire col sorriso sulle labbra
può essere una fortuna.
Questa vita di giorni che si spezzano
e sogni che si avverano
non mi appartiene.
Finisca il mondo dopo pranzo,
o dopo cena – finisca prima,
non importa. Morire con la pancia
piena o con la pancia vuota
fa differenza per il becchino appena.
Le labbra livide di baci e insulti,
gli occhi gonfi d'orrori e meraviglie –
briciole di conchiglie
e presto nemmeno quelle
perché le braccia sono pigre,
le gambe fragili.
Il soffio, dato sempre per scontato,
diviene eroica inerzia
che non la logica - né questi versi scritti
affinché abbia di me qualcosa
d'innocente alla memoria –
sa spiegare.
Finisca il mondo a colazione
o a merenda – finisca prima, pure,
non importa, pur che finisca,
dicevi, questa tremenda pantomima
che ci accoglie con vagiti
e ci abbandona con un rantolo
e in mezzo suoni incomprensibili
che avrei dovuto tradurre
per il sadico piacere
d'un Dio che mai s'è fatto vedere
e che tra poco, se Dio vuole, vedrò.
Gli parlerò e, insomma,
per quel che può servire,
ne ho di cose da dire
e pur sapendo che mai farò carriera
in paradiso per la mia onestà,
avrò pulita, almeno, la coscienza
che in fondo credo sia l'unica chimera
su cui far conto nell'aldilà.
Da quassù, al nono piano,
sembra più vicino della strada
l'orizzonte e non è forse
che un'illusione ottica.
Io so soltanto che in basso
non riesco più a guardare.
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