La Sacerdotessa
Potessi almeno dare al mondo
ciò di cui ti privo,
potrei metterlo qui, il segnacolo,
a questa pagina della mia vita
prima che diventi vana.
Invece continuo a sfogliarmi a caso,
senza un metodo, una direzione,
continuo a sfogliarmi a caso
come si sfoglia una maledizione:
un sorriso supponente,
quasi scientifico, un rattoppo su paure
che non m’azzardo a sfiorare,
o che sfiorando non oso ammettere.
(Ci penso alla morte, sempre…)
Potessi almeno fermarla, la paralisi
che ci attanaglia e sfregia
gli occhi, le mani, che sbianca
i piedi nella rabbia inumati;
sapessi quante volte,
odorando i bulbi del trapasso,
mi sono sentito una mela marcia militante.
(Ci penso alla morte, sempre…)
Ma cosa vedi, tu, che io non vedo?
Che cosa sai, tu, ch’io non conosco?
Se il tuo pianto improvviso
sbocciato al culmine della bellezza
nasconde arcani
o altri domani a me segreti,
vestale diletta, pronùnciati;
io non so leggervi che fallimenti:
la purezza mi è mistero.
Se le tue lacrime sanno
cose a me ignote, impenetrabili,
scosta per me il velo, sacerdotessa;
se il tuo pianto sa di giorni
d’illusione, rinuncia e rimorsi,
se questi sono morsi dati a un corpo senza vita,
leggi per me la pagina
del sacro libro che tieni in grembo.
La gelida seta dell’abbandono
abbacinante risplende
d’inutili orpelli
mentre penso alla morte, sempre.
©
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Commenti (1)
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Amara9 dicembre 2011
...stranamente 'penetrabile'... una porta su immagini e scuotimenti d'animo apparentemente mancati... ma così forti nel freddo di una consapevolezza che spera di aver mancato qualche miracolo recuperabile...
