Riflessioni
15 novembre 2011
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Percorsi perduti
Camminare con te di nuovo insieme
era la meta che m’ero prefisso;
salire insieme il colle dell’orgoglio
per riposare in cima e riguardare
gli anni triti trascorsi a miscelare
parole ebbre in vasi di follia
per comporre pozioni velenose
che fondessero giachi di silenzio,
elmi di assenza, corazze di odio;
e di esse ubriachi, stoltamente
certi che la vittoria nel duello
verbale avrebbe spinto il soccombente
a prona umiliazione, cercavamo
il rinnovarsi del cimento, vinti
dal cupo capovolgersi dei sensi,
dei sentimenti e dal venire meno
d’ogni barlume di ragionamento,
ignari che la Sorte insieme a noi
abbeverata del composto inferno
avrebbe agito come demoniaco
essere contro noi da noi plasmato.
Al sognato procedere la Sorte
ora contrasta ed ogni sforzo vano
rende; alle nostre labbra sconosciute
sono oramai parole di speranza,
frasi di tenerezza, invocazioni
di perdono e d’affetto. Ora parliamo
di Caravaggio e di Tintoretto,
ci confrontiamo sull’impressionismo,
su musiche del sei - settecento,
apriamo discussioni su Leopardi,
forum ristretti sui pittori astratti
ma null’altro rimane oltre l’amara
coscienza che del cibo esistenziale,
cui complemento quanto è detto era,
siamo mancanti e che perfino scendere
dalla collina è impresa superiore
allo stato presente; allora andiamo,
ricercando argomenti smemorati,
a fare spese, a visitare mostre,
a sorbire un caffè, a passeggiare
in centro, lentamente disfiorando
altre coppie, bambini, militari
in libera uscita, studenti soli
coi loro libri e i loro turbamenti,
taluno roseo come un fanciulletto
altri invece spinosi, con le barbe
nere, che ci guardano di sottecchi
forse pensando “guarda questi vecchi
rimbecilliti dove andranno” e pena
provo per loro: diverranno vecchi
come me? Quali empie malattie
o persone potranno ostacolare
la loro gioventù? Quale infernale
o devoto futuro a loro spetta?
E’ forse tutto scritto oppure nulla?
Sono essi preda oppure predatori?
Quale parte, sia meno o più importante,
ha il libero arbitrare in loro vita?
Che la Sorte li assista, che ciascuno
scali la scala che al suo metro è adatta,
che in ognuno germogli quella spiga
che il cuore e la ragione sceglieranno.
Mesto, pensando all’arco di mia vita
mesta, procedo lungo mesta strada
che la pioggia ha bagnato irregolare –
dammi la mano, non lasciarmi andare –
su pieghe corrugate dell’asfalto
barcollo per paura di cadere;
si è fatta sera, queruli lampioni
rilasciano singhiozzi di lucore
giallastro che disegna strani coni
sul sudicio selciato che più sporco
appare dove batte artificiale
la luce che va e viene – dove sei
fuggita non vuoi proprio rimanere
con me dobbiamo ritornare a casa
e parlare anche un po’ di Baudelaire –;
nel silenzio discendo per la strada
ch’ora dichina verso il fondo valle
dove lungi intravedo bianca lastra
di marmo; m’avvicino. C’è il mio nome.
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