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Alessandro Labriola
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La rugiada desolata che striava
i desideri della vera agonia:
due giostre e una panchina,
mostravano fin troppo bene i limiti del recinto
e la voglia di valicare quelle argute feritoie
spezzò il mio spirito nell'eterna contesa
e nel sogno languido della perfezione (impossibile)
attribuiva ai sensi fiacchi una vanità nuova e potente!
Il crimine sarebbe stato non abusare degli ultimi anni!
- o bendarmi di luce perenne
vivendo sterile e grasso, ignaro della costa:
abbandonata al ventaglio di nubi amorose.
Il pudore sacro del buio, ispidi tessuti
e stragi innaturali ammantate nella calce
divorarono il mio tempo,(lo spirito) mi condannarono
- e mi condannerò sempre
ad altre città fluttuanti.
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L'autore
Alessandro Labriola
Commenti (3)
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In Venere veritas22 gennaio 2012
i tuoi punti esclamativi (i primi che leggo...) sono dolci, sono forza un po' sballottata forse, ma c'è
Franca Donà astrofelia22 gennaio 2012
un qualcosa di profondo e struggente in un mondo confuso e fuori dal tempo, un sogno triste ed incantato... bei versi!
EnzoL23 gennaio 2012
trasuda forza a tratti violenza repressa ad ogni verso, questa subdola impotenza che aleggia n testo si sente forte! trovo le parole fortemente evocative. in una lucida disperazione bardata di disincanto! mi commuove veramente bella



