Parkinson delendum
Giaccio con altri tra mura
luminose di finestre affacciate
su vialetti solinghi, circondati
da spettri solitari ai quali il morbo
ha dato forme orribili di membra
attorte e scosse da sussulti strani
e da forti tremori,
incessanti e sfrenati ovvero qualche
momento torpido, acceso da fiammate
di dolore che leniscono pietosi
farmaci fatati dal potere
ancora misterioso,
donde smarriti sguardi
con occhi dilatati, somiglianti
a quelli di notturno rapace
soffice e silenzioso, sorrisi senza vita
sopra passi di scomposta danza
sospesa su paludi di pensieri,
sgombri però da segni di ragione.
Morbo subdolo che tardi si appalesa
quando quasi compiuta
ha sua rovina nel cerebro assalito
sì che soltanto le tardive cure
possono darsi.
Ma una mano d’animi forti e
di forti intelletti ricercando,
conta d’avere alfine ragion di questo
empio mostro. A noi non resta
che lo sperare in loro ed in un nuovo
Catone che imperversi inarrestato
“Ceterum censeo Parkinson delendum”
©
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L'autore
Claudio Toccafondi
Sono nato (nel 1938) a Roma, dove ho sempre vissuto - salvo viaggi di diporto o di lavoro - nel rione Prati. Ho amato e amo moltissimo la mia città, visitata, fotografata e camminata assiduamente finché gli ingravescenti acciacchi non mi hanno limitato nei movimenti (a Roma se disce: a chi tocca 'n ze 'ngrugna). Scrivo
Commenti (2)
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iezzi giampiero1 marzo 2012
Bisogna in ogni momento... rompergli le uova nel paniere per tutto il tempo tale che possa marcire per sopraffare il male in noi ... per avere un po' di pace...
A
Aledam1 marzo 2012
... venga presto la terza guerra punica a chiudere il sofferto esistere di questa " delenda Carthago " Con Te e per Te spargerò sale. , sconosciuto amico.
