Isacco
L'emergere nell'oscurità della stanza
del mio occhio insonne.
Nell'aria attonita, è quasi impercettibile,
come una lucciola al crepuscolo che
fremendo nella nebbia,
va disegnando l'irrequietezza ed il disordine
d'un paesaggio brullo e selvatico, in viso
corrucciato nella fronte, poco fertile
ed arido nel cuore, incolto e soltanto
compatito dal pallore irrequieto
d'una falda in superficie, riflesso e
fonte di vanto per gente di terra, come me
che nella lotta intensiva della vita
ha perso il treno dell'industria,
della fama e del progresso quando, io
me osservo riflesso, inerme e nudo
soltanto bisognoso di misericordia e
belando al Cielo il mio spirito divino
mi ammanto di speranze frivole,
quando, come sempre,
è troppo tardi.
Mi sento un montone impigliato
in una rete di figli
orfani, d'un padre di popoli.
Assente, avido.
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