Lo splendore
Ilaria De Santo
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So che ho smesso di splendere tempo fa.
Lo splendore morì nei miei occhi,
nella mia pelle.
Morì anche nella mia poesia,
i cui simboli scomposti da troppi anni
non son degni della tua grandezza.
Adesso splendida è giovane,
è straniera,
è notturna.
Quante notti?
Non so.
Per una ne ho viste cento.
Perché una cento volte l'ho contata.
In versi che ribollono di rabbia
e di peccato.
E sono splendide le tue bugie,
i drappi con cui hai vestito
una nuda codardia.
Io sono forse più indegna.
Io sono forse più falsa
e più finta.
Ma ho sciolto la maschera di plastica
al fuoco.
L'ho sciolta oggi di più
con la vergogna.
La tua vendetta,
crudele,
è finita.
Cosa rimane?
Neanche il sangue rimane.
Oggi ricolleziono,
una ad una
le mie penne dalle ceneri.
Mi han detto che sono araba,
sarò anche Fenice.
La mia testa non è più alta.
E le mie gambe cigolano,
come vecchie rotelle inutili.
Vado via col capo chino.
Vado via con le mie gambe a rotelle fragili.
Vado via con le speranze gracili.
Davanti ho la montagna e ho poco sangue.
©
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L'autore
Ilaria De Santo
Nuova alla trentina e non ancora abituata, nata in sud Italia e diventata cittadina del mondo. Ho scritto tra Potenza, Perugia, Parigi, Il Cairo, Lund e Melbourne per poi finire tra le nevi di Montréal. Ma non vi sono rimasta a lungo. A volte ho un alter-ego, la zingara, figura amata anche perché la ritrovo nei connota
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