Era amore?
Ecco, ancora una volta
sei entrata nel mio sogno, sogno mio:
gli occhi tuoi profondissimi
di scuro velluto splendente
si fissano ai miei, di tenerezza colmi,
per far più dolce il tuo rimbrotto, cara,
che la tua voce a me adesso volgi:
lacrime, amare icone della pena
od altri tristi segni del dolore,
del mio mal essere, dici di lasciare
poiché vano ed altrui penoso è questo
mio nutrirmi di svanite speranze...
Nel sogno sembri conscia del mio amore:
fu così? Tanto inconscio sono stato?
Adesso, chiuso nel carcere duro
di un corpo esausto, difettoso, spento,
mi chiedo se l’amore tormentoso
che contrista i miei sonni fu davvero
tale o se veste ricca, inusuale,
confezionata da febbrile mente
a ciò eccitata dal naufragio grande
di mia esistenza fin d’allora cupa,
abbia cantato, vuota, senza attore
una parte in un’opera mai scritta
ch’io credetti la vita e di cui fui
unico spettatore. Anche il ricordo
della mia sofferenza sembrerebbe,
o sembra infatti, anzi è, pur lui fallace?
E tutta mia esistenza allora è stata
un vuoto elucubrare? E tradimenti
e offese e dannazione o esaltazione
tutto sterile gioco, un recitare
diretto da regista immaginoso?
E lo svegliarsi è questo? la saggezza
della vecchiaia è forse un ridestarsi
solo per riconoscersi e morire –
morire senza cruccio di rimpianti?
E’ questo il dono degli dei celesti?
Forse il disegno arcano della vita
deve da noi medesimi anzitutto
essere cancellato, piano piano,
ogni giorno trovando uno strumento
più affilato, più duro e intransigente
per dissolvere i versi beffeggianti
che recitammo insieme ad altri, o soli,
dipanando il copione della nostra
aberrante esistenza. Se è così,
m’affretterò di certo alla lettura
e poi saluti: ecco l’ultimo lazzo.
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L'autore
Claudio Toccafondi
Sono nato (nel 1938) a Roma, dove ho sempre vissuto - salvo viaggi di diporto o di lavoro - nel rione Prati. Ho amato e amo moltissimo la mia città, visitata, fotografata e camminata assiduamente finché gli ingravescenti acciacchi non mi hanno limitato nei movimenti (a Roma se disce: a chi tocca 'n ze 'ngrugna). Scrivo
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