Ayscia
“Nel nome del Padre!”
Battono ad alta voce le campane di Milano
ed entrano anche tra le mani gelate di Ayscia
per poi appendersi ai pensieri della gente,
che nella cruna del cuore non riesce ad entrare.
Il cameriere palestinese serve caffè arabo
con un riflesso di deserto negli occhi.
Ayscia lo guarda e le viene una lacrima.
Hanno artigli d’acciaio i piccioni di piazza
ricoperta com’è di passi eleganti
che calpestano siringhe e auguri di fiele.
Ayscia cammina, conosce le strade che portano via.
Sulla panchina del parco una coperta bruciata.
Gli infermieri guardano il sangue ghiacciato,
dicono che il vecchio matto ubriaco
se n’è andato su una cometa di fuoco dormendo.
Ayscia corre, il fiato le piange dagli occhi.
Il suo amore è un barcone affondato nel mare,
il suo amore è un’onda che le soffoca il cuore.
Allunga una mano verso il cielo scontroso,
e stringe amara, un’immagine vista da poco.
Battono allegre le campane a Milano.
Ayscia non riesce proprio a scordare
quell’uomo ferito alla fronte e con le mani bucate,
che rovesciava i tavoli in piazza del Duomo
e che in faccia a preti e poliziotti di sguardi straniti,
urlava: “Non nel nome del Padre mio!”.
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L'autore
Floriano Fila
Il Nicaragua è terra di laghi, vulcani e poeti. Impossibile non sentire il bisogno di scrivere.
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