Alla deriva
Fluttua il mio corpo antico
a pelo d’acqua, mare
ancora e sempre amato, sono
come tavola che d’acqua imbevuta
sommersa a tratti
navighi lentamente,
affondando;
il sole ardente
nei giorni torridi cosparsa
di crepature e strappi
scheggiati
ti rese, schegge che ora
pur lacerando sostengono il fardello
di rimembranze acute,
dolorose,
ma il cui ricordo di vita
ancora marchia l’asse vagante,
sconnessa,
già parte di naviglio,
privo di scaltro nocchiere, che volse
una notte
dolcemente silente e leggera
lo scafo sugli scogli affioranti, uncinati,
che sbranarono tutto.
Alla deriva, ora e per sempre,
inconsciamente:
la mente drogata,
di sole e stelle, dal gelo e l’umidore
di notti eterne
nulla più prova.
C’è un coro lontano di voci aliene,
c’è un alito di fresca primavera
che sussurrano:
vieni.
©
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L'autore
Claudio Toccafondi
Sono nato (nel 1938) a Roma, dove ho sempre vissuto - salvo viaggi di diporto o di lavoro - nel rione Prati. Ho amato e amo moltissimo la mia città, visitata, fotografata e camminata assiduamente finché gli ingravescenti acciacchi non mi hanno limitato nei movimenti (a Roma se disce: a chi tocca 'n ze 'ngrugna). Scrivo
Commenti (1)
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Annamaria Barone20 agosto 2014
nostalgica, malinconica, una preghiera quasi, ma quanta immane bellezza! In quella tavola erosa dal sale e dal sole, imbevuta di acqua, sbattuta dalle onde, è una tavola che racconta frammenti di vita, anche nelle schegge che si sono staccate, anche nella vernice scrostata. Continua a galleggiare e riempirsi di sole e di sale, diventerà sempre più bella, diventerà sempre più vera
