Storia di due innamorati alla corte di Proserpina
Giorgia Spurio
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E mi dicevi di prenderti la mano.
E mi raccontavi del perché dei tuoi capelli, il colore.
E mi dicevi di aspettarti.
E le nubi scesero, con la nebbia a cercarmi,
e i lupi sul monte, non ti dissero,
non piansero, non si accorsero,
né sole portò luce,
e la luna si chiuse, spoglia e nuda,
si coprì di un velo d’oro,
alla porta del nuovo giorno.
E i piedi scalzi come le delusioni,
camminarono, sulle spine, oltre
la bruna bruma e il muschio,
alla caverna di Persefone vedova.
E mi dicevi di non dimenticarti.
E mi raccontavi del perché del tuo profumo,
ma le nubi, tra le voci e gli occhi dei fantasmi,
mi sussurrarono, mi addormentarono,
mi rimproverarono:
- Non voltarti mai.
E sulla panca delle rocce e degli incubi
mi sdraiai, come l’orchidea intrecciata al rovo,
dimenticata, tra le rose morte.
E mi dicevi di cantare.
E mi raccontavi del perché del tuo sorriso.
E mi dicevi di non chiudere gli occhi.
E al letto d’Ade,
mi posarono corona di crisalidi,
senza fiori, senza petali,
Proserpina mi baciò le ciglia.
E mi cercasti, il mio nome lo sentii,
lo volli, e lo cercai.
E gridasti.
E cadesti.
E le renne delle paludi,
pallide e magre,
spettri di meretrici e concubine
all’harem degli inferi,
ti leccarono i muscoli, sghignazzanti,
fino alla caverna.
Lì dove Persefone, muta
come di cenere e sale le statue,
ti posò indice sulla bocca, il sigillo
e il silenzio.
- Non voltarti mai.
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Giorgia Spurio
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