Gobba di Luna
Giorgia Spurio
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Gobba di luna maltrattata,
un dio che la nega, lega un fiore di sangue,
passo nudo sulle schegge del cielo,
e i santi chiudono a punti e ad ago
gli occhi dei malori oltre la cima
il bianco dei semi e degli orti.
Gobba di luna solitaria,
dimmi del pastore che ti ha lasciato
l’est e le montagne, il silenzio e
il mondo e le donne dell’amore.
Gobba di luna, luce sulle gote
scende lenta come la pioggia densa
come stoffa di raso rossa.
E c’è una scala, dopo i binari,
dopo la sterpaglia della ferrovia,
un filo, uno solo,
oltre la vecchia stazione
e nebbia è la tempesta
che non riesce – non può –
far piovere, lacrime
dallo scrigno, in un cammeo
senza chiave né ritratto.
Senza segreto le hanno detto
dal figlio dell’Amnesia,
le hanno preso la mano,
bianco ginocchio
oltre una gonna troppo corta.
E sale, passo e passo,
e sale, punta dopo punta,
e scricchiola, legno e suola,
buio e candela, lana e lanterna,
dove non ha fine
il binario senza treni,
dove dormono le locomotive,
cimitero di ferro, d’elefanti
grigi e di rottami,
eppure nella mano
avevo preso un po’ di luce,
luna bianca dalla sua gobba storta,
luna meravigliosa e storpia,
rubata un po’ dalla pozzanghera
lì in terra.
Eppure l’avevo, stretta
nella mano, che ora aperta
è umida se non di vuoto,
- pallida d’abbandono -.
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Giorgia Spurio
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