L’ubriaco
M’appago di stenti e irriverente cado,
m’elevo ma stolto crollo d’una volta
pronto, cerco e m’alzo retto, favore trovo
di fiasco ingollo, tendo mani, il mondo fermo.
Di questo giro attorno tento e invano
cammino a passi, stento e lento m’avvio,
paglia e vetro, disseto di nettare e rimembro
a curar di barba e malandata chioma quieto.
Or giungo e salvo, di terga poso d’una panca
colmo a giornali a riparo da bui e dolori,
d’ebbrezza lascio seppur nel dormo
ma stretto stringo d’ampolla. il collo.
A gocci verso, come una fiaba, di sorsi lavoro
che mi scorti e di nenia suoni, di cantilena
come una madre nel viso porti risi e moine,
perché al ridesto possa il sole, di sbadiglio, lietarmi.
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