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Impressioni 19 marzo 2015 · lettura 3 min · 778 letture

Tu che parli di un tempo

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Giancarlo Fiaschi 775 poesie pubblicate
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Tu che parli di albe e tramonti ricordi l'albeggiar limpido di ieri, mentre eri cerbiatto fra valli e monti giulivo e estasiato senza pensieri, di acqua ne è passata sotto i ponti mentre con la cartella già mattinieri, col tuo amico Renzo nel solito passo verso la scuola e non era uno spasso. Vecchio torrente quanto sconquasso tu eri volubile presenza attiva ricordo sempre oltre la curva il masso, dove io mi sedevo a guardare l'altra riva e tiranno ci faceva allungare il passo il campanile nel rintocco che la libertà priva ... e la scuola ancor la vedo misera catapecchia che sull'acqua del fiume sempre si specchia. O tempi di ieri in romanza senza spocchia ove il passo era la trainante vera motrice e in quell'ultimo banco il contadin si specchia: -Di imparar troppe cose non ha piena la matrice! Dicea la maestra sempre arzilla e un po' vecchia: Voi siete portati a seguir accorti l'erpice e le dotte lezioni per voi garzoni son tempo buttato, rimettetemi a posto l'orto che il vostro tocco è vellutato! Così passava il tempo di noi figli del prato pendolari sempre pronti a consumar le suola in quelle vie polverose nel solito dettato, lasciato il fiume in alto il casolare mostrar la vela e l'irta salita ove affondava il piede come nel gelato quando la pioggia nel suo verso mostrava l'ugola, e quell'aia grande ci accoglieva nelle calde braccia natural teatro di giochi... magia della nostra bisaccia. Rivedo ancor il nonno che con maestria i ceci staccia, la processione dietro al porco prima dell'agguato e quell'ultimo bercio mentre lo spillo faceva breccia, la massa di covoni di grano nel meriggio assolato mentre la macchina nel suo rito dipanava la treccia gonfiava le balle di chicchi e lo stelo veniva pressato, nella polvere di quelle presse c'era l'emblema di quel tempo ove la fatica e lo sperpero erano l'opposto stampo. Vecchio casolare eri freddo ricovero quando il lampo dominava nella sua nenia e lasciava il solito sibilo e quel vibrar di vetri diventava inquietante olimpo, mentre il tuono squarciava l'aria, da potente a stridulo il vortice che l'animo subiva nel solito inciampo di un divenire ingombrante in mano al divin Eolo... tutto planava e le acacie in vortice rimodellava nel solitario paesaggio ove la tenebra vigile regnava. In quel cucinone immenso e freddo stava con i ceppi accesi borbottando un gradito tepore l'amico focolare compagno di fantasiosa inventiva, in inverni freddi e rigidi non rinnegava il calore ma di spalla una brezza assassina tutti ci investiva e solo la chiacchiera e un mezzo- ne la faceva passare; mentre noi pargoli intontiti dal sonno già sotto le coperte e in quel sogno gradito vedevamo aprirsi tutte le porte.
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Narrazione poetica in ottava...

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Giancarlo Fiaschi
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