Tu che parli di un tempo

Tu che parli di albe e tramonti
ricordi l'albeggiar limpido di ieri,
mentre eri cerbiatto fra valli e monti
giulivo e estasiato senza pensieri,
di acqua ne è passata sotto i ponti
mentre con la cartella già mattinieri,
col tuo amico Renzo nel solito passo
verso la scuola e non era uno spasso.
Vecchio torrente quanto sconquasso
tu eri volubile presenza attiva
ricordo sempre oltre la curva il masso,
dove io mi sedevo a guardare l'altra riva
e tiranno ci faceva allungare il passo
il campanile nel rintocco che la libertà priva ...
e la scuola ancor la vedo misera catapecchia
che sull'acqua del fiume sempre si specchia.
O tempi di ieri in romanza senza spocchia
ove il passo era la trainante vera motrice
e in quell'ultimo banco il contadin si specchia:
-Di imparar troppe cose non ha piena la matrice!
Dicea la maestra sempre arzilla e un po' vecchia:
Voi siete portati a seguir accorti l'erpice
e le dotte lezioni per voi garzoni son tempo buttato,
rimettetemi a posto l'orto che il vostro tocco è vellutato!
Così passava il tempo di noi figli del prato
pendolari sempre pronti a consumar le suola
in quelle vie polverose nel solito dettato,
lasciato il fiume in alto il casolare mostrar la vela
e l'irta salita ove affondava il piede come nel gelato
quando la pioggia nel suo verso mostrava l'ugola,
e quell'aia grande ci accoglieva nelle calde braccia
natural teatro di giochi... magia della nostra bisaccia.
Rivedo ancor il nonno che con maestria i ceci staccia,
la processione dietro al porco prima dell'agguato
e quell'ultimo bercio mentre lo spillo faceva breccia,
la massa di covoni di grano nel meriggio assolato
mentre la macchina nel suo rito dipanava la treccia
gonfiava le balle di chicchi e lo stelo veniva pressato,
nella polvere di quelle presse c'era l'emblema di quel tempo
ove la fatica e lo sperpero erano l'opposto stampo.
Vecchio casolare eri freddo ricovero quando il lampo
dominava nella sua nenia e lasciava il solito sibilo
e quel vibrar di vetri diventava inquietante olimpo,
mentre il tuono squarciava l'aria, da potente a stridulo
il vortice che l'animo subiva nel solito inciampo
di un divenire ingombrante in mano al divin Eolo...
tutto planava e le acacie in vortice rimodellava
nel solitario paesaggio ove la tenebra vigile regnava.
In quel cucinone immenso e freddo stava
con i ceppi accesi borbottando un gradito tepore
l'amico focolare compagno di fantasiosa inventiva,
in inverni freddi e rigidi non rinnegava il calore
ma di spalla una brezza assassina tutti ci investiva
e solo la chiacchiera e un mezzo- ne la faceva passare;
mentre noi pargoli intontiti dal sonno già sotto le coperte
e in quel sogno gradito vedevamo aprirsi tutte le porte.
©
Tutti i diritti riservati. L’opera è protetta dalla Legge 22 aprile 1941 n. 633 sul diritto d’autore: è vietata la riproduzione, anche parziale, senza il consenso dell’autore.
Commenti (0)
Accedi per lasciare un commento.Accedi
Ancora nessun commento. Scrivi il primo!