Stazioni
D’accorati abbracci di siffatte partenze,
tra strade ferrate e bianche pezzuole
a sciorinar di mani e ritorni lontani.
Di nuvole e sbuffi tra pensiline e folle,
metalliche voci tirano treni di fischi
da smossi bagagli di staccati suoli.
Di carrozze e pacchi, di legno panchine,
tra odori e vernacoli fra strambe parlate
mai stanche finestre, mai sazie di braccia.
Stancanti baccani d’infanti, gioiosi e festanti,
accorrono al suono del mostro d’acciaio
attenti e inquieti da motrici infuriate.
Or dunque si leva, si alza la mano,
dell’uomo in divisa austero e potente
che muove il serpente di ferro e bulloni.
E roteano gonne, salutano walzer di sguardi,
di gote rosse e morose, di soldati smaniosi
di padri e coraggio, di madri e lacrime.
L’animo vola e di scritti ancor d’inchiostro,
a venir di penne e cuori gonfi di rime
di spalle a salutar i cari, d’ultimo girar di volto.
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