Il paraplegico che schiacciava i chicchi di caffè
In Brasile ci andai l'anno scorso
per conto di una multinazionale
che aveva il cervello per torso
e di patrimoni voleva l'eguale.
Successe in un bar il bell'evento
quando ordinai un caffè espresso:
un ragazzo in lento movimento
catturò la mia simpatia con successo.
Mi s'avvicinò in sedia a rotelle
e volle veder cosa stavo bevendo;
attaccò a parlarmi di particelle,
specie del loro travaglio tremendo.
Il suo nome proprio non lo ricordo
ma mi è chiara la sua fisionomia
di coraggioso capitano di bordo,
inaffrontabile per ogni amnesia.
Paraplegico, eppure bravissimo;
lavorava per una grande catena
di caffè dal nome illustrissimo
e sempre trafficava di buona lena.
Coi chicchi era maestro autentico:
li schiacciava, contava, odorava
e di nessun dettaglio era dimentico,
da forma e consistenza alla bava.
Dalla sua casa in riva alla spiaggia
di mattina gustava il risultato
della fatica che di mani irraggia
qualunque cibo venga preparato.
Nelle bevande trovò il suo pane,
e di caffè masticava alquanto
con la stessa sensibilità d'un cane
che distingue le ossa dall'amianto.
Nacque un'amicizia passeggera
che se ne andò insieme al viaggio;
ma sentii in lui profondità sincera
nel bisogno di formar un retaggio.
Tornai in Italia assai cambiato
con la voglia di coglier un'eredità:
anch'io, a tutti i chicchi, avrei dato
il sapore meritato della bontà.
Chissà se il mio amico disabile
ha conservato intatto il talento;
comunque, ciò che lo fa amabile
è tener naturale lo svolgimento.
©
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