Rugiada sugli alberi caducifogli
Siamo uomini e dunque fallibili:
sbagliamo e seminiamo gli errori
negli anfratti più irraggiungibili,
dove non albergheranno i tesori
d'una vita più risicata che mai.
Viviamo troppo poco per trionfare,
ma abbastanza per sporcarci bene;
vediamo di rado le onde bagnare
i fiacchi muscoli e le svuotate vene,
o l'erba prosperare in ampi granai.
Quando penso agli umani transitori,
mi vien in mente la rugiada mattutina:
tanto caduchi e pesanti son i dolori,
che ci chiudono in un'oscura latrina
da cui non usciremo in tremila anni.
Se quella rugiada vuol arrampicarsi,
si troverà contro ben amari destini;
sui rami non è consentita la catarsi,
neppur fra il candore dei biancospini;
mai ci riuscirà e saran solo malanni.
Non ci purificheremmo in una notte,
e il vivere non potremo allungare;
i satelliti passano nel buio a frotte,
l'indifferenza permette loro di girare,
perché comunque essi resisteranno.
La nebbia già alle sette è scomparsa,
lo stesso fa poco più tardi la brina;
esistere è la più sfiancante farsa
di chi vuol varcar la durissima cortina,
senza precipitar nell'avvilente affanno.
Se anche la rugiada restasse lassù,
sulle latifoglie infreddolite dall'autunno,
prima o poi una forza la ricondurrà giù...
senza valutar un tempo breve o lungo;
conta solo che il debole sia soppresso.
Forse sto parlando con tropp'amarezza,
e magari vedo il bicchiere mezzo vuoto;
ma so che quella consolante tenerezza
è puramente passeggera e non va al voto
se c'è da abitare in un rudere malmesso.
Sorgere e cader come nei campi il grano...
è il fato ch'accomuna ogni camminatore
che si vesta di stracci o con un pastrano,
che sia atleta, automobilista o nuotatore:
non esisterà per lui la minima eccezione.
Ma ora distraiamoci col vezzo arboricolo;
immedesimiamoci in quell'alta guazza,
che ponza sul legno lontano dal vicolo,
che s'infischia della sua gracile stazza,
sognando la più compiuta resurrezione.
©
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