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Natura 6 maggio 2016 · lettura 2 min · 939 letture

Rugiada sugli alberi caducifogli

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Stefano Iori 54 poesie pubblicate
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Siamo uomini e dunque fallibili: sbagliamo e seminiamo gli errori negli anfratti più irraggiungibili, dove non albergheranno i tesori d'una vita più risicata che mai. Viviamo troppo poco per trionfare, ma abbastanza per sporcarci bene; vediamo di rado le onde bagnare i fiacchi muscoli e le svuotate vene, o l'erba prosperare in ampi granai. Quando penso agli umani transitori, mi vien in mente la rugiada mattutina: tanto caduchi e pesanti son i dolori, che ci chiudono in un'oscura latrina da cui non usciremo in tremila anni. Se quella rugiada vuol arrampicarsi, si troverà contro ben amari destini; sui rami non è consentita la catarsi, neppur fra il candore dei biancospini; mai ci riuscirà e saran solo malanni. Non ci purificheremmo in una notte, e il vivere non potremo allungare; i satelliti passano nel buio a frotte, l'indifferenza permette loro di girare, perché comunque essi resisteranno. La nebbia già alle sette è scomparsa, lo stesso fa poco più tardi la brina; esistere è la più sfiancante farsa di chi vuol varcar la durissima cortina, senza precipitar nell'avvilente affanno. Se anche la rugiada restasse lassù, sulle latifoglie infreddolite dall'autunno, prima o poi una forza la ricondurrà giù... senza valutar un tempo breve o lungo; conta solo che il debole sia soppresso. Forse sto parlando con tropp'amarezza, e magari vedo il bicchiere mezzo vuoto; ma so che quella consolante tenerezza è puramente passeggera e non va al voto se c'è da abitare in un rudere malmesso. Sorgere e cader come nei campi il grano... è il fato ch'accomuna ogni camminatore che si vesta di stracci o con un pastrano, che sia atleta, automobilista o nuotatore: non esisterà per lui la minima eccezione. Ma ora distraiamoci col vezzo arboricolo; immedesimiamoci in quell'alta guazza, che ponza sul legno lontano dal vicolo, che s'infischia della sua gracile stazza, sognando la più compiuta resurrezione.
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