Il passo chiuso in soffitta

La fronte e’ calda negli oscuri viottoli
ad osservare viaggi mai arrivati.
I canti si abbandonano nel miraggio di ore mai possedute.
E quello che rimane si imprigiona in mille lamenti muti
chiusi in soffitta.
Ogni tanto i passi si spingono a salire in quella vecchia stanza.
Ed è sufficiente restare lì un minuto per capire che,
mentre mi sembra di camminare, io già mi sono seduta
accanto alla finestra con lo sguardo arreso al passo morente
che sorseggia una finzione di vita stesa fuori dalla porta socchiusa.
E non c’è modo per riporvi i pensieri dileguati.
Non è più questione d’attesa,
quando gli occhi restano immobili nei desideri scherniti a raso
e le mani sentono di essere maree solitarie
segnate per sempre dalla resa di un’intera esistenza senza sguardo.
E rimane solo il passo seduto in soffitta anche se, tuttavia,
percorre il sentiero disegnato da quella morte che si regge in piedi.
“Salendo in soffitta
il dolore restò incagliato alla luce che si spegneva.
E non ebbe più la forza di scendere e tenere
ancora una preghiera tra le dita.
E per la prima volta io non sentii più nulla.
Solo le porte che si chiudevano ad una ad una.
L’anima s’abbandonò a quella morte vivente
con il passo chiuso- per sempre- in soffitta”.
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