Che di vita spengo
D’estinti demoni passati a speranza,
m’aggiungo ostile al tiranno
approdo esanime tra orde d’affanni.
D’anima al cospetto ritiro menzognero,
stordito e scanzonato raccolgo fuggiasco
applausi di polsi fra muti vitigni.
M’accoro leggero e d’angoscia ricevo,
mai domo ma pronto m’elevo
d’urla e di grida, d’offesa al ribelle.
Or dunque spossato mi sposto di capo,
chino e prostrato d’affronto stupito
di risi e d’inganni a pieni polmoni.
Mi sbocco d’istinto a giostra d’un ponte,
rimiro e ripenso a facili lustri
poso vergogna d’io fallito, e mi spengo.
Fermo un istante di mani mi tengo,
il freddo del ferro m’urla di pelle
m’alzo di modo e di piglio volo.
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Commenti (1)
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F
Francesca Coppola24 ottobre 2007
Un verseggiare molto personale, nell'uso in prima persona dei verbi. Buona la forma. Un' interessante lettura.