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Uomini 4 aprile 2017 · lettura 3 min · 892 letture

In morte di Mussolini

Andrea Vivapenna 27 poesie pubblicate
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Fermo nell’avvenire, v’insediaste con furore; innalzaste i vessilli e questi, innalzarono voi. Qualcun trepidava, qualcun venerava e il Vate sognava e oltralpe tonava. Sovente han tutti ab antiquo levato i propri vessilli: ancor son mesti gli opposti e divisi gli inerti. Risolutezza, mera disciplina, buona fede: delle tre voi foste maestro, indi severo andaste in virtù di lor mutando, ma è curioso ch’ognun possa veder giusto il proprio intento, e che dire di questo? Che dir quand’esso vale il mezzo? Non foste il solo a crederlo, è un fatto assai reiterato. Questo loco, vie più avverso che materno, sempre storto sarà, per taluni: nessun vede il male! No... mai vi sarà una compiuta misura, ma una misura prossima per certo, ad un ideale e a forme d’angheria; orbè, la minor forma qui va tratta. E questo abuso della libertà... vedreste, non senza rammarco, ch’è il confino pel buon senso. Se ben posati furon dai nostri cari, omai improferibile, siete presso che come gli erti marmi: resi non son gli onori ai Cesari tutti, per lo meno, giammai unanimemente. Forse l’ultimo sarete? Temprato dal nome vostro, sì timido e scolpito, lontano è l’acuto ventennio. A Giulino, non suonò un violino: per l’ultima volta, quel pomeriggio d’Aprile cadeste. Appena un drappello, un cancello; una folata di rosso trascese i littori, e Dio solo sa, quali cancelli s’apersero, al momento del rapido fuggir. Oh, quale scoppio a noi fatale, può esser sentito, più del dolore che perde un amore, un respiro o un cammino? Voltarvi non poteste, tirando diritto dal tenace passato, al futuro dei vinti; e i gravosi oneri, portati alteramente dal possente verbo, quivi ebbero fine, anzitempo volgendo, a una cortina di colpe, la lunga sorte. La piazza fu pel solito affollata, come se muto aveste ancor parlato, ma da una fune foste degradato, da che lo storto mondo si rovesciò, e dalla terra in fermento, barbarie piovvero come piombo dal cielo. Chi fu così gentile, da volervi sì comodo e supino, non ritenne l’esecuzione postuma bastevole: damnatio memoriae. Si pensa, che l’oro di Dongo sarebbe in quelle passioni mai sopite, oggidì custodito; ed io presumo che già avrebbero esaurito intere miniere, posto che a ogni riserva redenta, essi intendano. L’immobil tempo è adesso oltre; ora, l’inchiostro è in altre mani: di mancini, o dei vicini, tutte eguali. Ben veggio volumi e volumi, rimoti e venturi, che passan verità inenarrabili; che tangono qualsivoglia novo segno; che lasciano i tanti quesiti miei, dubbiosi.
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L'autore
Andrea Vivapenna

Ringrazio i lettori.

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