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Riflessioni 27 marzo 2026 · lettura 2 min · 140 letture

Il debito assolto

Alma Gjini 264 poesie pubblicate
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Mi dico grazie per l’ora di veglia, mentre il mondo correva via lesto, dietro sorrisi di gesso e di fango celando un mare che esplode nel gesto. Ho imparato l’abbraccio alla carne, quando la notte si fa più profonda e il cuore vibra di corde tese un’ancora scesa in un’oscura onda. Ho raccolto i frammenti dei giorni, scaglie di luce d’un cielo perduto, stringendo nel pugno i miei resti perché il buio non resti muto. Onoro il coraggio del passo, su strade di vetro e di sale, mentre la calma prepara l’aurora dentro un inverno che ancora mi assale. Sia lode alla fossa e al dirupo, al solco che scava la terra e il pensiero, ai sogni rimasti come lanterne accese nel buio del mio sentiero. Ho aperto le crepe nel muro, come il vento che squarcia le nubi, e vedo la luce filtrare sicura oltre l’inganno dei vecchi dubbi. Anche le parti più stanche di me meritano il tempo di una carezza, perché in questo viaggio interrotto io sono il porto della mia ebbrezza. Mi ringrazio per l’unghia e per l’osso, per aver scelto di non darmi pace ora il mio cielo è un abisso commosso, io sono il fuoco, e io la sua brace.
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Una bellissima testimonianza che porta a rifletter (Marcella Usai)

Commenti (5)

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versi potenti di una bellissima poesia profonda e intensa che emoziona il cuore complimenti

Saverio Chiti27 marzo 2026

E che sia la brace a scaldarti il cuore, e il venti ti porti dove il ritrovarsi sia una scelta, e non un’imposizione Tu che sai regalarti frangenti di vita fra i timori vissuti nei descritti momenti, non v’è debito che non si possa assolvere se in noi esiste e persiste quel sentimento che ci fa continuare nel nostro percorso... Versi “assorbiti” con intimo dolore... grazie per averli scritti!

Questa poesia è un inno alla resilienza gentile. È il racconto di chi non aspetta che la tempesta passi, ma impara a brillare proprio attraverso le proprie crepe. È un testo che commuove perché non nega il dolore, la "fossa", il "fango", il "vetro", ma lo trasforma in gratitudine. Ci insegna che anche le nostre parti più stanche meritano una carezza e che, alla fine di ogni buio, restiamo noi: fuoco e brace della nostra stessa vita. Congratulazioni Lori a molto intensa e profonda che ho molto apprezzato. ​

Marcella Usai27 marzo 2026

La poesia di Alma non chiede salvezza, ma riconoscimento. Parla di ferite attraversate con lucidità, senza negarle, fino a trasformarle in forza quieta. Il cuore dell’opera è questo: smettere di fuggire da sé stessi e diventare casa, anche nel buio. C’è durezza e tenerezza insieme ed è proprio lì che vibra la sua verità più profonda. Sei forte, ti ammiro tanto.

Alma Gjini29 marzo 2026

Marcella, grazie per le tue parole così attente e profonde. Per risponderti, non credo che il dolore, di per sé, trasformi né che renda più forti. C’è una sofferenza sterile, che non lascia eredità: è dolore sprecato, vuoto che si ripete. Se qualcosa in me oggi somiglia a una “forza quieta”, non è merito del dolore, ma del modo in cui, a un certo punto, ho scelto di non fuggirlo più: di restare, di attraversarlo senza cercare subito un senso, di abbracciarlo anche quando non aveva nulla da insegnare. È stato lì, in quella resa senza abbellimenti, che qualcosa è cambiato: non il dolore, ma il mio stare dentro di lui. Diventare casa, non perché il buio sia gentile, ma perché da li passa, inevitabilmente la rinascita. Grazie di cuore a tutti!