S' urtima accabadora
Sardegna inizi del 1800. Nell'oscurità della notte una vecchia avvolta nel suo nero mantello si apprestava a rientrare nella sua antica casa, attraversando una stretta silenziosa stradina in pietra, ormai corrosa dal tempo. Entrata nella sua dimora si sedette stancamente sulla sua vecchia sedia, accanto alla brace morente del fuoco, e prese a ravvivarlo, perché sentiva il freddo penetrarle nelle ossa. Era sempre così tutte le volte che ritornava dalla sua gravosa e penosa missione. Essa era l'ultima ormai di generazioni di donne che avevano svolto il loro compito in tante notti, il cui ricordo si perdeva negli albori del tempo fino alla grande Dea Madre, quando alle donne era dato essere partecipi delle nascite, delle pratiche mediche e dei rituali associati alla morte. In tutte e tre le cose la vecchia tzia Pepedda Pintore era stata protagonista fin dall'adolescenza. Sua madre prematuramente invecchiata, una notte gelida e tempestosa, l'aveva condotta con sé, in una casa in cui era stata chiamata a svolgere il suo compito. A nulla erano servite le cure e un vecchio era ora in una lenta e dolorosa agonia. Sua madre chiese alla figlia del moribondo se erano stati tolti tutti gli oggetti sacri dalla stanza ed eventuali catenine e rosari dal corpo affinché l'anima non fosse trattenuta sulla terra dalla sacralità in essi contenuta. Dopo essersi accertata che ciò era stato fatto fece allontanare i parenti e rimase con il malato e con l'adolescente Pepedda. Fece respirare qualcosa di acre al corpo rantolante e poi preso un cuscino lo premette fino a quando l'ultimo rantolo si spense. Aveva scelto il metodo più indolore per mettere fine all'agonia del moribondo. A volte usava un mazzuolo oppure un piccolo giogo per porre fine alle sofferenze dei moribondi. Poi la madre prese per mano la ragazza e la condusse fuori nella notte. << Pepedda >> disse sua madre: << ci sono cose che nella vita si è costretti a fare, cose che in apparenza possono essere crudeli ma che sono fatte pietosamente e tolgono sofferenza. Ricordatelo sempre fitza mia e fanne tesoro. >>. Alla morte di sua madre prese il suo posto e avendo perso in un drammatico incidente la sua unica figlia che avrebbe dovuto sostituirla era ormai l'ultima depositaria di un'arte ancestrale di pietà e di morte, s' ù rtima accabadora del paese.
Sono una umile donna di 55 anni che ama scrivere poesie semplici ed essenziali. Amo anche la prosa, la Musica, il Teatro, la Pittura. L'arte mi attrae e mi appassiona per la sua capacità di espressione e trasmissione di sentimenti e sensazioni. Ho un blog: www.tristezzainfinita.blogspot.com
Commenti (0)
Ancora nessun commento su questo racconto. Se ti va, scrivi il primo!
