Una vita banale (parte sedicesima)
Nicola era l'amico con cui ci si vedeva tutti i giorni.
Quando sua madre non c'era facevamo pastrocchi in cucina. Mettevano uova strapazzate, molliche di pane e chi sa che altro dentro un tegamino e facevamo le uova alla Giansanpin.
Ora Nicola è avvocato, non lo vedo da decine di anni forse 30 e se lo incontro non credo lo riconoscerei.
Mi piaceva una ragazza e lei era cotta di lui mentre lui era cotto di chi sa chi, Pia mi sembra si chiamasse.
Facemmo un giornalino, ma a quei tempo non c'erano fotocopiatrici così disegnavamo fumetti e li ricalcavamo i disegni con la carta carbone.
Avventure in classe con i personaggi che erano i nostri stessi compagni.
Si parlava di rivoluzione in quel 1966, immaginavamo una rivolta di ragazzi.
Un giorno io Nicola e non mi ricordo se Claudio ci mettemmo su una collinetta di fronte al Tito Acerbo e scrivemmo su un foglietto viva la rivoluzione per poi lanciare sassi contro il cancello, un confuso moto rivoluzionario abbastanza ridicolo di ragazzini di 12 anni.
Io Claudio e Nicola e quel pacchetto di sigarette di cui non cito la marca che pensavamo fossero oppiate.
Fumavamo nelle collinette dove sarebbe poi passata la ferrovia sopraelevata di Pescara.
Penso che durò una settimana e poi finì anche perché io di soldi non ne avevo.
Solo mio nonno quando raramente veniva mi dava 500 lire d'argento, ma i miei non potevano.
Mio padre era in pensione per colpa dell'infarto e di soldi ne vedevamo pochi.
Non che la cosa mi sia mai pesata più di tanto, Claudio aveva il Big Jim a casa, tanti fumetti e mille costruzioni, ma a noi bastava un pallone per essere felici.
D'estate poi arrivava Filippo, un amico di Belluno che passava l'estate a Pescara allo stabilimento Alcione, ma di questo ne parlo la prossima volta e forse riprendo anche i discorsi di Popoli durante l'estate.
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