Il punto più freddo della città (giorno 1)
Trilla! Perbacco pensai, l’ho caricata da poco e già grida? Quel maledetto ferro vecchio con quella faccia rotonda, sembrava felice, il naso cangiante ora a forma di p, le due corna tra il cappello a sonagli, ballava sul comodino dondolando un po’ di qua ed un po’ di la. Diedi una manata a quel maledetto ciarpame e lo zittii. Mi girai dall’altro lato del letto, i raggi di luce colpivano i granelli di polvere che parevano pagliuzze d’oro, colpivano anche le mie palpebre, vedevo tutto rosso e non mi riaddormentavo, così tra il dolce pensiero di Farah e quello triste per il compito in classe di ragioneria mi alzai sedendo sulla sponda del letto. Mia madre nella cucina stava preparando il caffellatte e mi esortò a far prima che si raffreddasse tutto, compreso il pane a tocchetti, abbrustolito, che era avanzato la sera prima; a casa non si buttava mai nulla e tantomeno il pane che se cadeva a terra doveva essere baciato prima di gettarlo nella spazzatura. Decisi così di recarmi laddove potessi vedere il mio viso stravolto e affilare le due basette rosse fin sotto le orecchie con due o tre passate di Gilette la lama che fa a fette, motto da me creato ad hoc. Mentre mi radevo pensavo a quel bel viso scuro di Farah ed alla fortuna avuta di conoscerLa, fortuna della quale vi parlerò in avanti. Poi interveniva a rattristarmi il pensiero del compito di ragioneria che il professor Bushel avrebbe reso complicatissimo per noi ragazzi della terza q. (Io la chiamavo terza qui, quo e qua perciò per me era la terza q.), comunque il professore non si chiamava Bushel che era solo il suo soprannome affibbiatogli per ricordarci che nel regno Unito il Bushel è usato anche come unità di misura dei liquidi otre che degli aridi e lui di liquidi se ne intendeva con quel nasone a patata venoso e paonazzo.
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