Il punto più freddo della città (giorno 2)
Davanti allo specchio, quella mattina, mi sentivo cambiato, ero sempre stravolto come tutte le mattine quando c’erano le lezioni, però ero contento perché fantasticavo e progettavo giornate da trascorrere con la ragazza che mi era stata presentata il giorno prima. Capelli neri corvini, carnagione come l’ebano ed il nome orientaleggiante rendeva tutto perfetto, Farah era proprio una bellissima creatura, una dea sulla terra, sulla mia terra. Stavo lì a sognare di un altro mondo, di un altro luogo e di un’altra vita. La voce imperiosa della mamma che mi ordinava di fare presto ruppe l’incantesimo, per non sentirla più mi recai in camera, presi un paio di scarponcini tipo Clark acquistati a poco prezzo al mercato, indossai i jeans levis 501 che mi erano cari perché tanto fu lo sforzo di metter da parte spiccioli fino ad arrivare alla mastodontica cifra di 80’000 lire, dall’armadio presi la giacca di renna, con tante frange, l’avevo comprata al mercato delle pulci a Roma per pochi soldi. Andando in cucina per far colazione la misi sull’attaccapanni all’entrata. Nella cucina il buon odore dell’orzo si mischiava a quello del latte che la lattaia ci portava ogni mattina appena munto e al profumo del pane abbrustolito. Presi una fetta di pane fatto in casa bella indorata e la tagliai in linee perfettamente orizzontali e verticali, tra me e me mi complimentavo per la fattezza di quei quadratini quasi perfetti e versai del latte e orzo nella mia tazza aggiungendo il pane. In attesa che le zollette di pane si ammorbidissero con il caffellatte, ripassavo i ratei passivi, gli interessi semplici e composti; lasciai perdere subito questo ripasso mentale perché non sarebbe servito a nulla, il diabolico professor Bushel avrebbe complicato il compito in classe, così decisi di affidarmi alla buona sorte e mi rasserenai . Soddisfatto della buona colazione andai in sala a preparare i libri che mi sarebbero occorsi a scuola.
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