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Introspezione 19 ottobre 2009 · lettura 3 min · 1091 letture

Del simigliar fame ignorante

A
Alorian 18 poesie pubblicate
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Del simigliar fame ignorante accogliesti quel mio priego, Tu, che fuor dal tuo solente, risvegliasti me, alter ego, luce d’alba d’una mente, polo opposto a ciò che nego. Basta, patetico Di Luccio rientra e chiudi il pozzo per cui nascea il tuo cruccio, di que’ sogni, e’l tuo singhiozzo, languido,"toccante" braccio d’amore, inganno rozzo. Sparisci inutile metà pervasa da tuoi affanni, petal arso d’altrui pietà ove t’appaghi e trovi panni onde fu orto. Ecco verità ch’offuscò la vista e li anni. MUORI! MUORI insulso insetto e codardo, eunùco e falso, sbiadito immàgo del tuo petto, leon che tuba, a ruggir scarso, sai bruciare in un "bacetto". Nudo augello d’ali falso. Hai "amato", ed or sei franto, ma di frattur beffarda e vota, amor immerita’l tuo pianto perch’è "virtù" che zero quota che s’avvia in geniale incanto e in terremoto poi si rota. Oh l’amore, oh si, l’amore! Acclamata ed osannata nella luce e nel torpore dei secoli e cantata ed eterna di tremore fonte, e cercata e riamata madre adottiva d’ogni core voto di calcoli e di canti e di passioni debitore. Son solo vesti, a tanti ha "regalato" il bel dolore per cui ancora sono affranti e delusi quei tuoi tratti parenti vecchi più del mondo. Giunge sì d’attesi fatti, e per cui da questo fondo il più temuto e a cor intatti per me, va’ via, la terra sondo. Parvente maturato frutto, credesti allor a quella polpa e alla gol che giace in lutto sì cedendo per tua colpa alla promessa di quel tutto che da tutto si discolpa. Spirto cupo, spirto teco ermo morituro, la cagion che intonò quel fatal eco, ossia l’"amore", tua ragion, portasti alto e fiero, cieco, sott’ora lo verbo e le stagion ove cadi innocuo e spento della lama più affilata e disarmato. Dal vento vien di vita abbandonata, rivelante dell’"Io mento", luce finora ben placata, esta lignea gabbia aurata. E nell’afferrar tu gramo quell’ingrata grave grata resistente men d’un ramo in infame cadi ornata scheggia d’odio d’un ricamo. E per ciò che non esiste, per ciò ch’è morto e che mai nacque piangi or gemma in cui persiste l’impuro VER che finor tacque di vizio e gioco qui mai viste, sensual piacer che move l’acque.
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Vorrei precisare che questa è solo la prima parte di un discorso fra due lati di una stessa anima, quella "cattiva", rabbiosa, e quella "buona", matura, saggia, che pubblicherò a breve. La poesia è spudoratamente intrisa di ironia, indirizzata a quella parte dell’anima che ha amato ed ora piange. Ma è solo rabbia, cm testimoniamo le parole consecutive aventi il fono "GR",proprio di chi è arrabbiato (gramo, ingrata, grave, grata). A breve per il "sequiel". xD

A
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Alorian
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Commenti (2)

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Gabriele Tudisco19 ottobre 2009

Stupendo monologo fatto con lo specchio dell'animo, continua così mi piaci sempre di più Autore- Sceneggiatore.

M
Marco Cortese19 ottobre 2009

gran poema, direi addirittura per addetti ai lavori... notevole l'uso di ricercate parole raffinate d'altri tempi...