Versi barbari (2)
dove ti taci cattiva madre
un bozzolo di figliolo forgiato
a stento
ad uno sterno di casa
il busso mio simile
ad un'ingiunzione di sfratto.
Dov'è la tua chioccia postura
sposata all'imposte?
la stoppa rilucente dei tuoi capelli
dov'è che redarguivi
come fossero incendi di negrieri?
Un mugulo e,
giuro,
ti sorteggio ossa per ossa.
Oggi son qui per stanarti,
infausta preda,
nel giorno vagabondo
che procede a ritroso se
nominotti
(ma guai il nomarti)
t'annuso com'annusassi
un piatto d'arrizzate
carni.
Chiedo ai miei piedi,
come se sedessi su di una guerra,
di far mambassa delle
prime file,
alle mie braccia,
promesse di un'imboscata
ma m'attanagli facile
i polsi
come un viticcio,
fai diga del sangue mio.
Mi ricordi quel ciocco
che da piccolo discolpavo
con la facilità dei dadi,
quel muscolo di pane
che smezzavi per la
nostra collana di bocche.
Hai pochi spiccioli
maturi in una vescica
d'organza,
i cassetti muti,
il sotto del materasso
in magra.
Corro al bar con un
asilo di teste tonde
che tintinnano nelle tasche,
ho accatastato l'ossa tue
per i giorni più freddi
tu che per la prima volta
urlavi dietro alla mia
fuga
il cognome mio.
©
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