La mia eternità

Non sono forse io il padrone del mio tempo?
Non sono forse io il Dio di me stesso?
Trombe d'ebano risuonano nella mia tranquillità.
Nel freddo e nel silenzio di questa oscurità.
S'adagia anche l'istante nel balenio improvviso
delle stelle in vago sogno. E nel frullio del cosmo
cominciano a danzar anche i pianeti. Muovo,
con sentore di virtù, la mia coniuge innocenza,
figlia d'un'età non pronunciata.
Molteplici colori disegnano l'ordine primario
della quieta conoscenza. Ortodossia di un segno
dal molteplice respiro e carezzìo di profumate intensità.
Bacio ad una ad una le libertà del cielo,
le mete già raggiunte e l'igneo mutamento.
Figlio, non solo dell'intero, ma parte del
molteplice silenzio, parto dell'eterno movimento.
Impenetrabile apertura per immortale accesso.
Libero il pensiero dall'immaturità dei sensi,
infatuato dal cortese immaginare
la puerizia, l'arte e l'età d'oro.
Infiocca dentro me la solitudine dei vinti,
il sonnolento insorgere dell'ostico clamore
di dei, di donne, di danze, di tribù.
Perdute e riperdute nell'adagiar del tempo,
dove la polvere ricopre il pianto degli eroi.
Ahimè saggezza, è dissecato il mare delle idee.
Ma il mormorio struggente del ricercato amore
sorregge il mio ritorno all'infinito.
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Commenti (1)
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S
Stefania Cirillo9 giugno 2010
Esiste una natura che impone rispetto e timore reverenziale, che dispiega un tale senso di intensità che sentiamo di toccare qualcosa di universale e forse di eterno, tanto che l'attimo assume un carattere numinoso e sembra espandersi senza limiti nel tempo. Sentiamo dissolversi ogni confine fra noi ed il mondo esterno, poiché ciò che stiamo sperimentando è al di là di ogni tentativo di catturarlo nel pensiero logico.