Autobiografia di uno stercoraro
Quasi quaranta inverni e figuriamoci
quanta fantasia serve
a ricordarli tutti. Nemmeno i frutti
ho conservato lungo l'accapigliarsi
d'irriconoscibili stagioni;
non ne conosco le ragioni
e ignoro l'alchimia; più che un grimorio,
da leggere eventualmente al contrario,
la mia autobiografia
meglio s'accosta a una pennellata meta- semantica,
non sequenziale (con giusta dose di delinquenziale
diletto nel ripudio dell'affetto e dei profumi)
che schiaccia il senso tra un substrato e l'altro;
e i versi schizzati a raggiera
(brevi taluni, o lunghissimi) con gaudio e sicumera,
si dipartono dal centro (mai lo stesso)
e al centro tornano.
Mi sono posto, ad ogni ora del giorno e della notte,
fossi a cena coi santi o a letto con le mignotte,
le più penetranti domande che il libretto
d'istruzioni (quello che per dispetto
ci hanno fornito in altra lingua) riporta:
-chi siamo?
-da dove veniamo?
-dove andiamo?
e più cercavo risposte, più la palla
s'ingrossava: stava a galla
lei sola quando guadavo fiumi,
ed io sotto a spingere, a cercare barlumi
d'aria.
Fu così che dopo quaranta inverni e figuriamoci,
mi capitò (se sia stata intuizione, risveglio, distrazione,
o più semplicemente un messaggio del Creatore,
non ho i titoli per disquisire)
di alzar la prima volta gli occhi al cielo
proprio nel momento in cui pioveva verso me
una goccia rossa e densa. E mi son detto:
"Pensa! - che fortuna fino ad ora!"
Accelerai lo zampettare per non essere centrato,
e vidi un'aquila volare;
tra gli artigli, conficcato, un bianco leprotto
di rosso infradiciato.
Mentre incredulo ammiro quella scena,
vien verso la mia volta una gran palla
e, dietro, uno – assai più vecchio – della mia specie,
che si ferma, guarda in su, poi guarda me e dice:
"Non avertene, ragazzo, e non andar oltre il tuo confine:
meglio trascinare avanti la tua palla che far quella fine."
Allora mi colpì imprevista una domanda
che nel libretto non avevan messo (ora
ne sono certo, l'hanno fatto apposta)
possibile ch'io debba continuare
a far rotolare questa palla di merda
per difendere la mia sopravvivenza?
La feci rotolar via seduta stante con un calcio
e dalla polvere sollevatasi
seguii l'aquila con gli occhi fino al nido.
Il resto lo sapete - le uova, Zeus, la sua vendetta, ecc.
Quasi quaranta inverni e figuriamoci
quanta fantasia serve:
nei miei simili non confido.
©
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Commenti (2)
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Amara18 aprile 2011
...la rileggo con grande piacere... così ricca... di musica... ironia... rimandi... e così bella nella forma... a dire di una vita... fin qui... anche se ci sarà probabilmente sempre uno zeus a difendere... almeno provare... a rompere le uova...
Pi Greco19 aprile 2011
Una poesia sicuramente condivisibile, un testo dietro al quale vi è esperienza, di vita e letteraria. Mi piace.

