Aureliano Buendìa (Cent'anni di Solitudine)

Tu serpeggi e splendi,
tra la jungla e la perdizione,
negli esperimenti di Melquìades,
nelle viscere degli arcobaleni,
nelle budella attorcigliate alla solitudine...
Bambina mia,
avrò sempre una Pilar pronta a soffocarsi con la mia lingua,
genererò un bastardo che mi guarderà con i miei occhi,
con la svogliata fibra morale
di chi vorrebbe fare
ma viene sconfitto all'albeggiare d'ogni giorno...
Donna delle bambole,
non infrangerò la promessa
delle cannonate contro il governo,
la tua morte silenziosa
mi ha ucciso col silenzio,
colpa della mia maledetta fertilità
che ti dilaniò il sorriso fra le cosce,
dissanguando il tuo volto ed i nostri tanto attesi frutti...
Mia cara,
forse non ricordo più il tuo nome,
diciassette figli ed altrettante donne,
e ti amo,
ma finirò i miei giorni
all'ombra del triste castagno,
nel castigo della Macondo marcia delle finte banane,
ultime briciole di un benessere
che non volevo alla mia porta...
Piccola sposa,
sarai con me
nel mio laboratorio a fabbricare la mia febbre,
nell'infinita ricerca di un'evoluzione senza fiato,
di una rivoluzione,
da perdere con la sportività
d'un vecchio colonnello innamorato...
Si,
marcirò marciando con i miei soldati,
nel vermiglio giorno in cui i vermi
dimoreranno nelle mie orbite,
ed il mio spirito evirato camminerà con gli altri
tra le mura di fango della mia patria,
nei paradisi delle armature trafitte,
sputando consigli agli Aureliano che verranno
a morire con le mie sconfitte...
©
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